Mons. Giorgio Sgubbi, sacerdote della diocesi di Imola, ha studiato filosofia all’Università di Bologna, teologia fondamentale alla Pontificia Università Gregoriana in Roma e teologia dogmatica all’Università di Tübingen in Germania.
Professore invitato in diverse università italiane ed estere, è autore di
numerosi libri e articoli pubblicati su riviste europee specializzate; fa parte del “Ratzinger Schülerkreis”.
Nel 2017 la Conferenza Episcopale della Svizzera lo ha candidato per la Commissione Teologica Internazionale.
Nella Diocesi di Imola è Canonico Teologo della Basilica Cattedrale e
collaboratore pastorale in alcune parrocchie. Attualmente è professore di Teologia fondamentale alla Facoltà Teologica
dell’Emilia-Romagna, di Teologia dogmatica all’Istituto di alta
specializzazione dell’Università di Urbino e docente invitato alla Pontificia Università Gregoriana in Roma.
1) Perché possiamo definire Joseph Ratzinger - Benedetto XVI il “Teologo dell’Amore” ? Potrebbe essere questa la chiave di lettura interdisciplinare di tutta la sua opera monumentale?
Certamente, oserei dire che “deve” esserne la chiave di lettura. A condizione che non si dia dell’amore una definizione che prescinde dal Mistero Pasquale del Cristo: in questo grande dono, infatti, si realizza la condivisione di Dio all’uomo, la “divinizzazione” (termine caro a Benedetto XVI). Alla luce dell’Agape e della sua autodestinazione all’uomo – visione cristologica che tutto abbraccia – va letta ogni dimensione della teologia e della filosofia: l’essere esiste strutturato in modo da potere accogliere il dono che Dio fa di Sé. Nella cristologia si decide tutto, affermava Karl Barth: questo è assolutamente vero per la teologia di Joseph Ratzinger.
2) Il suo libro, “Il Logos è Amore. Benedetto XVI custode della Fede e della Ragione”, esplora l’agape come forma di conoscenza, una forma di conoscenza dialogica, ragionevole. Il logos comprende l’agape, così si fa conoscenza e non mera razionalità. Come si può spiegare questo rapporto tra Amore e Logos laddove molti pensano che si escludono a vicenda?
Quella che Ratzinger ha spesso chiamato “ragione allargata” è la ragione metafisica, cioè la ragione che attinge l’Assoluto trascendendo il fenomeno immediato del mondo. Oggi, scrive Benedetto XVI, “esiste un avvelenamento del pensiero che, a priori, ci dà prospettive sbagliate”[1]: l’errore della ragione è pertanto la sua incapacità – che è poi infedeltà razionale – di elevarsi a Dio. Dire che il Logos comprende l’Agape significa semplicemente affermare che il termine ultimo del Logos è Dio come libertà, come Creatore che – non per necessità, ma per amore – ha voluto che il mondo ci sia. Ma è vero anche l’inverso, e cioè che l’Agape comprende il Logos: se infatti l’affermazione di Dio (che sempre è amore) non fosse stabilita dalla stessa verità di Dio (che la ragione è chiamata a riconoscere), Dio sarebbe “creato” dall’uomo che lo pensa, dando così ragione a tutta la critica della religione moderna che faceva di Dio una proiezione dell’uomo.
Senza Logos l’Agape sarebbe mera invenzione umana. Senza Agape, il Logos non potrebbe comprendere come amore il suo stesso esserci l’esserci del mondo e le stesse capacità razionali.
3) Nella letteratura, nelle arti, nella società, si tende a parlare di “amore”, a volte abusando anche l’utilizzo di questa parola (come ci rammenta la Deus Caritas Est), spesso associandolo a un sentimento, un’emozione, è necessario riscoprire invece il senso di ragionevolezza di esso e l’intrinseca necessità che Amore sia sinonimo d Verità.
Questo è il filo conduttore di tutta l’opera teologica di Ratzinger. Come riflette lei questo punto? È utopista pensare un cambiamento di rotta nella società?
Ciò che è innanzitutto necessario è l’affermazione della Verità, sia come vocazione della ragione che come suo intimo dinamismo: scetticismo, relativismo, storicismo e debolismo procedono tutti da premesse non dimostrate che negano accesso alla stabilità del vero. Vale a questo punto la domanda che Ratzinger pose tanti anni fa: “C’è la verità, la verità che, pur comunicandosi storicamente resta vera in ogni momento della storia, semplicemente perché è vera?”[2]
Oggi si tende a fare filosofia sull’impossibilità della filosofia quale affermazione dell'assolutezza della verità. Ratzinger ha invece stabilito che non ci sono solo “le filosofie”, ma anche “la filosofia”, quale conoscenza di una verità stabile che funga da criterio per la molteplicità che, lasciata a se stessa e al di fuori della relazione con l’assoluto, tende per sua natura a farsi assoluta (contrariamente alle sue intenzioni).
Per cambiare rotta è sufficiente il semplice ritorno all’essere e alla grande filosofia classica e medievale, dove la ratio era ancora affermazione dimostrata – e come tale universale e accessibile a tutti – della verità[3]. Non andrebbe mai dimenticato che “teologia e filosofia formano una peculiare coppia di gemelli, nella quale nessuna delle due può essere distaccata totalmente dall’altra e, tuttavia, ciascuna deve conservare il proprio compito e la propria identità. È merito storico di san Tommaso d’Aquino di fronte alla differente risposta dei Padri a causa del loro contesto storico di aver messo in luce l’autonomia della filosofia e con essa il diritto e la responsabilità propri della ragione che s’interroga in base alle sue forze”[4].
4) Benedetto XVI è stato l’ultimo papa ad aver partecipato al Concilio Vaticano II in quanto vi partecipò attivamente come perito, al seguito del Cardinale Frings di Köln. A mio avviso sia nella sua vita sia nella sua opera è molto evidente il messaggio e la missione del Concilio, lei dove riscontra di più queste tracce?
Negli scritti sulla Chiesa, in particolare nel volume “Il nuovo Popolo di Dio” e nello scritto sull’ecclesiologia della “Lumen gentium”[5]. Qui Ratzinger evidenzia come il discorso del Vaticano II è essenzialmente un discorso su Dio, genuinamente teologico, rispetto al quale ogni altro discorso è ordinato e subordinato, compreso quello sulla Chiesa. L'ipertrofia post-conciliare di alcune questioni regionali, ha lasciato in ombra questa intenzione fondamentale dei Padri Conciliari. Agli inizi sta l'adorazione, e con essa Dio: il primo testo ad essere approvato fu la Costituzione sulla Liturgia, la "Sacrosantum Concilium". Anche se, da un punto di vista puramente storico, la liturgia ebbe il primo posto per ragioni piuttosto pragmatiche (la riforma liturgica), può essere stato provvidenziale per ricordare un principio universale della vita cristiana, quello formulato da S. Benedetto nella sua Regola: "Operi Dei nihil praeponatur" (XLIII).
La Costituzione sulla Chiesa, la "Lumen Gentium", uscì come secondo documento, va letto all'interno del primato di Dio, come derivante dall'adorazione e del mandato di glorificare il Signore; l'ecclesiologia, secondo la sua natura propria, è essenzialmente congiunta alla liturgia. E così appare logico che il terzo documento ad essere congedato dal Concilio sia stato quella sulla Parola di Dio e sulla Rivelazione, la "Dei Verbum": la Chiesa, infatti, è radunata dalla Parola e rinnovata da Essa soltanto. La quarta Costituzione, infine, la "Gaudium et spes", mostra come la glorificazione di Dio si esprime nell'ethos, come la luce ricevuta da Dio venga irradiata nel mondo per trovare così il suo compimento.
Quando poi si è trattato di indicare una termine-chiave che esprimesse il nucleo dell'ecclesiologia del Vaticano II, è stato scelto il termine "Communio" o "Ecclesiologia di comunione": Ratzinger stesso lavorò per l'affermarsi di questo concetto, anche se riconosce che questo termine, nello stesso Concilio, non trovò un posto centrale. Tutti gli elementi essenziali del termine si trovano concentrati già in 1 Gv 1, 3: "quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo". La comunione è quindi con il Verbo fatto carne, il cui annuncio perviene all'uomo per mezzo della Chiesa; l'idea di "Popolo di Dio" è andata intensificandosi quando si è fatto delle diverse chiese locali il punto di partenza, perdendo l'idea di Chiesa intera e Mistero che, sia ontologicamente che ecclesiologicamente, precede e fonda le chiese particolari.
5) Pastore perché teologo, teologo perché pastore. Spesso si indica Papa Benedetto XVI come un “Papa professore”, che certamente è stato. Tuttavia questo atteggiamento e questa e attitudine accademica nella vita (che specialmente emerge nel dialogo) come durante tutto il suo magistero sacerdotale non è da intendere come un elemento negativo bensì come una forza, un nutrimento. Una parola che si incarna in un vissuto.
Mi viene in mente una frase dello stesso Benedetto XVI: “Io penso che se Dio ha fatto Papa un professore, è perché volesse che questo momento di riflessione e specialmente la lotta per l’unità di fede e ragione venisse in primo piano”[6]. Missione pastorale, dunque, non sterile compiacenza intellettuale. Il dono della Verità è per sua natura azione pastorale: quando alla pastorale manca la Verità, tutto è inutile. Con la sua riflessione teologica, Benedetto XVI è stato molto più pastore di tanti pastori che credono di essere tali in quanto volutamente ignoranti e poso studiosi della Verità.
6) Un uomo e un teologo che integra, che “salva il bene”: lo vediamo in diverse decisioni prese durante la carriera accademica, nel lavoro da Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede e durante il suo Magistero e persino in “Deus Caritas Est” quando scrive di “Eros e Agape” anche in rapporto a Dio.
Il discorso sarebbe assai lungo. Mi limito ad alcune suggestioni circa il rapporto “Eros e Agape”. È nota la tesi di Nygren: Eros e agape designano due movimenti opposti, di cui il primo è ascensione e salita dell’uomo a Dio, come al proprio bene e alla propria origine, mentre il secondo è discesa di Dio verso l’uomo nell’incarnazione e nella croce di Cristo. Il Nuovo Testamento ha fatto una scelta precisa, usando, per esprimere l’amore, il termine agape e rifiutando sistematicamente il termine eros. San Paolo è quello che con più purezza ha raccolto e formulato questa dottrina dell’amore. Dopo di lui, sempre secondo la tesi di Nygren, tale antitesi radicale è andata persa quasi subito per dar luogo a tentativi di sintesi.
Appena il cristianesimo entra in contatto culturale con il mondo greco e la visione platonica, già con Origene, c’è una rivalutazione dell’eros, come movimento ascensionale dell’anima verso il bene, come attrazione universale esercitata dalla bellezza e dal divino. In questa linea, lo Pseudo-Dionigi Areopagita scriverà che “Dio è eros” (I nomi divini, IV, 12 (PG 3, 709 ss.) sostituendo questo termine a quello di agape nella celebre frase di Giovanni (1Gv 4,16).
In Occidente una sintesi analoga è operata da Agostino con la sua dottrina della Caritas intesa sì come dottrina dell’amore discendente e gratuito di Dio per l’uomo, ma anche come anelito dell’uomo al bene e a Dio. Sua è l’affermazione: “Ci hai fatto per te, o Dio, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”; sua è anche l’immagine dell’amore come di un peso che l’attira l’anima, come per forza di gravità, verso Dio, come al luogo del proprio riposo e del proprio piacere. Tutto questo, per Nygren, inserisce un elemento di amore di sé, del proprio bene, quindi di egoismo, che distrugge la pura gratuità della grazia; è una ricaduta nell’illusione pagana di far consistere la salvezza in una ascesa a Dio, anziché nella gratuita e immotivata discesa di Dio verso di noi.
Prigionieri di questa impossibile sintesi tra eros e agape, tra amore di Dio e amore di sé, restano, per Nygren, san Bernardo quando definisce il grado supremo dell’amore di Dio come un “amare Dio per se stesso” e un “amare se stesso per Dio”, e san Bonaventura con il suo ascensionale Itinerario della mente a Dio, e lo stesso san Tommaso d’Aquino che definisce l’amore di Dio effuso nel cuore del battezzato (cfr. Rm 5,5) come “l’amore con cui Dio ci ama e con cui fa sì che noi amiamo lui” (Commento alla Lettera ai Romani, cap. V, lez. 1, nn. 392-393). Questo, infatti, equivale a dire che l’uomo, amato da Dio, può a sua volta amare Dio, dargli qualcosa di suo, ciò che distrugge, sempre secondo Nygren, l’assoluta gratuità dell’amore di Dio. La stessa deviazione si ha, secondo lui, con la mistica cattolica. L’amore dei mistici, con la sua fortissima carica di eros, altro non è, per lui, che un amore sensuale sublimato, un tentativo di stabilire con Dio un rapporto di presuntuosa reciprocità in amore.
Chi ha rotto l’ambiguità e riportato alla luce la netta antitesi paolina è stato Lutero. Fondando la giustificazione sulla sola fede, egli, sempre nella visione di Nygren, non ha escluso la carità dal momento fondante della vita cristiana, come gli rimprovera la teologia cattolica; ha piuttosto liberato la carità, l’agape, dall’elemento spurio dell’eros. Alla formula della “sola fede”, con esclusione delle opere, corrisponderebbe, in Lutero, la formula della “sola agape”, con esclusione dell’eros (Va però detto che Lutero non ha mai posto il problema in termini di contrasto tra eros e agape, come ha fatto invece tra fede e opere).
È significativo, tuttavia, il fatto che anche Karl Barth, in un capitolo della sua Dogmatica ecclesiale, arrivi allo stesso risultato di Nygren di un contrasto insanabile tra eros e agape: “Dove entra in scena l’amore cristiano ha inizio immediatamente il conflitto con l’altro amore e questo conflitto non ha più fine” (Dogmatica ecclesiale, IV, 2, 832-852). Siamo in piena teologia dialettica. Freud è andato fino in fondo alla linea della contrapposizione, riducendo l’amore a eros e l’eros a libido.
In breve: Benedetto XVI ha riportato equilibrio, constatando che l’eros isolato dall’agape si assolutizza. Dio entra nel mondo per salvare e purificare l’eros, non per distruggerlo.
7) Domanda di rito: Quali letture consiglia dai suoi scritti? Ci sono delle letture, secondo lei meno considerate, che occorrerebbe consultare per comprendere al meglio il suo pensiero?
Ne indico solo una: Il fondamento sacramentale dell'esistenza cristiana, Queriniana, Brescia 1970. Qui viene ribadito il principio sacramentale quale trasparenza simbolica della realtà verso l'Eterno, oggi in ombra a causa della visione troppo funzionalistica della realtà. Chiedendosi cosa è un sacramento, ci si interroga anche su cos'è l'esistenza umana. L'una include l'altra e si risponde ad entrambe. Storicamente: vi sono "Ursakramente" cioè sacramenti originari, che riposano sulla natura biologica dell'uomo (vita, morte, pasto, ecc.) che rimandano alla dimensione spirituale dell'uomo, e al suo significato.
Testo molto importante, assolutamente da conoscere.
8) Lei ha conosciuto Joseph Ratzinger la prima volta ai tempi in cui viveva presso il Collegio Teutonico in Vaticano. Quali ricordi può condividerci di lui?
Uno solo: un uomo che viveva di preghiera, che celebrava la liturgia adorando il Mistero e che effondeva negli scritti ciò che gustava nel suo rapporto personale con il Signore Gesù Cristo. Un teologo, cioè un conoscitore del Dio Vivente perché a Lui ha consegnato la vita.
[1] BENEDETTO XVI, Luce del mondo, Vaticana, Città del Vaticano 2010, 77.
[2] RATZINGER JOSEPH, Strukturfragen der Theologie, in ID., "Theologische Prinzipienlehre. Bausteine zur Fundamentaltheologie",München, Erich Wewel, 1982, 17.
[3] La verità implica una “ontologia della libertà” che si esprime “in un “sì” comune ad un valore comune”. Cfr. RATZINGER JOSEPH, Communio. Eucharistie - Gemeinschaft - Sendung, in ID., “Weggemeinschaft des Glaubens. Kirche als Communio”, Sankt Ulrich Verlag, Augsburg 2002, 71.
[4] BENEDETTO XVI, Testo del discorso preparato per la visita all'Università La Sapienza di Roma, in "L'Osservatore Romano (suppl. del Venerdì)", 18.1.2008, 4.
[5] RATZINGER JOSEPH, Die Ekklesiologie der Konstitution Lumen Gentium, in ID., "Weggemeinschaft des Glaubens. Kirche als Communio", Sankt Ulrich Verlag, Augsburg 2002, 107-131.
[6] BENEDIKT XVI., Licht der Welt. Der Papst, die Kirche und die Zeichen der Zeit. Ein Gespräch mit Peter Seewald, Freiburg-Basel-Wien, Herder 2010, 102.
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