di Lorenzo Vecchio
Quando Benedetto XV era Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, partecipò all’edizione del 1990 del Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione, invitato ad intervenire per l’incontro dal titolo Una compagnia sempre riformata.
Il titolo dell’incontro non poteva non risuonare familiare ad uno dei più importanti fautori e protagonisti dell’ultima grande Riforma della Chiesa, il Concilio Vaticano II. Ratzinger era già noto per essere, da un lato, uno dei più stretti e arguti collaboratori di Papa Giovanni Paolo II – molto amato dal popolo del Meeting di Rimini, che ebbe l’occasione di poterlo ospitare dell’edizione dell’82 –; dall’altro, per essere l’autore del celebre e fortunato libro Introduzione al Cristianesimo e a molti altri suoi scritti che hanno sin da subito reso evidente la caratura intellettuale della sua figura.
Proprio a partire dal titolo del convegno, Ratzinger fa notare l’assenza, più o meno intenzionale, della parola “Chiesa”.
Si domanda, allora, come mai la Chiesa risulti essere così sgradita agli occhi delle persone del suo tempo. Forse – ipotizza il cardinale – ciò che il mondo contemporaneo apprezza di meno della Chiesa è il suo porre dei limiti che riducono la libertà. E proprio quest’ultima è il vessillo ultimo dei tempi correnti. Allora, a quel punto, la domanda sorge spontanea: se la liberà è l’espulsione di questi limiti, allora cos’è la «nostra compagnia»?
Tornando alla questione dello sguardo sulla Chiesa, parla poi del doppio rapporto nei suoi confronti: da un lato chi la odia, dall’altro chi si dice deluso. Forse perché, in realtà, dalla Chiesa ci si aspetta qualcosa di più rispetto alle altre istituzioni mondane: le sue condotte sembrano non corrispondere alle aspettative e ai desideri né degli uni né degli altri.
Tutte le voci, in ogni caso, auspicano un miglioramento, un progresso, della Chiesa. Ma ogni tentativo di miglioramento deve fare i conti con non poche contraddizioni. La prima rilevata da Ratzinger è anche una delle più interessanti e argute: l’ingenua presunzione dell’uomo “illuminato”, che ritiene che le generazioni precedenti non abbiano compreso adeguatamente la questione, mentre noi oggi avremmo finalmente il coraggio e l’intelligenza per farlo.
La seconda parte del suo intervento, invece, si concentra sull’aspetto forse più interessante del dibattito: e se la soluzione fosse la costituzione di una Chiesa più democratica? E se si passasse da un atteggiamento paternalistico a uno comunitario? Insomma, la domanda decisiva è: qual è la vera riforma della Chiesa?
In una configurazione del genere, il potere decisionale spetterebbe allora a un sistema elettivo, sul modello democratico.
«Più importante per la nostra questione è però un problema generale. Tutto quello che gli uomini fanno, può anche essere annullato da altri. Tutto ciò che proviene da un gusto umano può non piacere ad altri. Tutto ciò che una maggioranza decide può venire abrogato da un’altra maggioranza. Una Chiesa che riposi sulle decisioni di una maggioranza diventa una Chiesa puramente umana».
La Chiesa fatta da sé, e non dal credo rivolto a un Dio, acquisisce alla fine il sapore di “sé stessi”. Si relega all’ambito dell’empirico e si dissolve anche come puro ideale sognato, non realizzato.
Allora la questione torna di nuovo in primo piano: qual è la vera riforma di cui la Chiesa necessita, che noi cattolici stiamo cercando?
La risposta fornita dal cardinale fu chiara: piuttosto che adeguare la Chiesa alle nostre aspettative, andrebbe ripulita dalle costruzioni umane per lasciare spazio alla luce che viene dall’alto. Per spiegare meglio questo concetto, egli ricorre al noto riferimento allo scultore Michelangelo, il quale affermava che il suo lavoro consisteva non nella creazione ex novo di un’opera, ma nella liberazione dell’opera sottostante dalle incrostazioni del marmo. La Chiesa deve muoversi in tal senso:
«Riforma è sempre nuovamente una ablatio: un toglier via, affinché divenga visibile la nobilis forma, il volto della Sposa e insieme con esso anche il volto dello Sposo stesso, il Signore vivente. Una simile ablatio, una simile “teologia negativa”, è una via verso un traguardo del tutto positivo».
Ma questa auspicata operazione di espunzione degli orpelli umani dalla Chiesa ha come scopo principale quello di rimettere in risalto la fede. Il vero cristiano, infatti, è chi semplicemente vive della Parola e del Sacramento. Afferma il cardinale: «non è di una Chiesa più umana che abbiamo bisogno, bensì di una Chiesa più divina». Ed è proprio questo riconoscersi legati alla parola e alla volontà di Dio, ovvero l’esercizio puro della fede, a garantire la vera libertà. Una Chiesa più amabile e più corrispondente, ovvero una Chiesa più libera, ha bisogno di un’operazione di ablatio che tolga tutte quelle costruzioni formali che mettono in secondo piano la fede. 
Questa operazione di liberazione, però, deve avvenire anzitutto in forma personale. Tutti i cristiani sono chiamati a un profondo lavoro di purificazione e di rinnovamento. Così facendo, la fede diviene una forza che libera concretamente l’uomo e lo tira fuori dalla caverna.
Ciò vale anche per le istituzioni della Chiesa: esse sono necessarie, ma non sono l’essenziale, poiché l’essenziale è portare l’uomo alla vita eterna.
E come si applica questa riforma? Anzitutto con il perdono, nucleo di ogni riforma cristiana. La Chiesa non è una comunità di perfetti, ma di peccatori perdonati. Ma il perdono non è, utilizzando termini più profani, un condono; chiama piuttosto a sé la conversione, un cambiamento reale dell’uomo. Dio agisce attraverso la grazia e l’uomo risponde con la penitenza e la conversione.
A questo punto Ratzinger riporta lo sguardo sulle dinamiche socioculturali contemporanee: riconosce che il mondo moderno ha una propria morale, e che il progresso, privo del suo controllo, assume un potere distruttivo; ma la sua morale è debole, perché manca di una propria componente costitutiva: il perdono.
Se non si crede nel perdono, la morale diventa pesante e insostenibile: per questo l’uomo finisce per rifiutarla. Talvolta, come accade tipicamente oggi, si giunge persino a negare l’esistenza stessa del peccato: nessuno è mai davvero colpevole. Ma il perdono è reale solo se la colpa è realmente affrontata. La figura di Cristo tiene insieme tutto questo: Egli è espiazione, perdono e fondamento della morale. Non esiste vera morale senza perdono, e non esiste vero perdono senza espiazione; tutto trova il suo centro in Lui.
Qual è allora il ruolo della Chiesa? Essa è una comunione che supera lo spazio e il tempo: ne fanno parte i santi dell’Antico Testamento, Maria e gli apostoli, figure storiche e testimoni più recenti.
È proprio la schiera dei santi a costituire la vera maggioranza, poiché incarnano il Vangelo nella vita reale, traducono l’eterno nel tempo e il divino nell’umano.
Il nodo decisivo emerge però nella questione del dolore. Una visione del mondo che non sa dare un senso al dolore è destinata a fallire. Il mondo moderno tende a eliminarlo, ma questo non basta: è necessaria anche una sua accettazione. Il dolore non è solo un fatto personale, ma può assumere un valore per gli altri. Vale infatti il principio per cui, se non c’è nulla per cui valga la pena morire, allora non vale la pena vivere.
Dopo il lungo e profondo intervento dell’allora cardinale Ratzinger, si può chiudere il cerchio segnato dai tanti punti trattati: in un mondo che chiede alla Chiesa di rinnovarsi, l’operazione di ablatio si configura come la strategia necessaria. La fede viva, liberata dalla luce dello Spirito grazie al suddetto processo, permette che l’importanza centrale dell’uomo nel disegno di Dio non diventi un antropocentrismo assoluto, in cui l’azione umana prevalga sulla presenza liberante di Dio. Proprio la sua assoggettazione garantisce, infatti, la vera libertà dal condizionamento altrui. Cristo, infine, viene nuovamente confermato come modello che riunisce tutte le dimensioni sopradette in un’unica persona.
La provocazione di Joseph Ratzinger rimane anche oggi profondamente attuale. Nel mondo contemporaneo, in cui si chiede alla Chiesa di adattarsi al mondo, egli rovescia questa prospettiva, poiché la vera riforma di cui parla non consiste in un “di più” da fare o capire, ma in un “togliere”. Il punto non è costruire qualcosa di nuovo, ma lasciare emergere ciò che è originario. Solo così si potrà sperimentare la vera libertà: rimettendo al centro la fede, la vera riforma garantisce la libertà che cerchiamo.
(Foto: Meeting dell’Amicizia tra i popoli)
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