Deus Caritas Est – Primo Capitolo, a cura del Prof. Giorgio Sgubbi

Pubblicato il 23 febbraio 2026 alle ore 13:29

INTRODUZIONE

Lo scrittore inglese Oscar Wilde ha affermato che l’intelligenza di una persona non si misura dalle risposte che dà, ma dalle domande che pone. Una delle affermazioni più profonde e al tempo stesso drammatiche che mai si siamo levate dal cuore dell’uomo, è quella formulata da F. Nietzsche, che proprio in merito a Dio si chiede: “Se vi fossero degli dèi, come potrei sopportare di non essere dio! Dunque non vi sono dèi”[1]. Nietzsche si dunque fa cantore di un fondamentale risentimento dell’uomo nei confronti di Dio, quasi un’invidia originaria e inguaribile che solo un fiero ateismo può sanare.

Di fronte a questo atto d’accusa, cui ne seguiranno altri – e prima di tutto l’accusa al Cristianesimo di impedire la verità e la spontaneità dell’amore stesso – si può considerare tutta la riflessione di J. Ratzinger come la risposta positiva, evangelica e cristiana al postulato pregiudiziale e indimostrato di una originaria inimicizia fra Dio e l’uomo, come il rovesciamento della prospettiva secondo cui l’affermazione di Dio comporta la dissoluzione dell’uomo e l’impossibile esercizio della sua libertà.

Questo non sulla base di un semplice desiderio o di una mera teoria, ma a partire da un fatto, da un evento: in Gesù Cristo, il Dio-Agape crea la sete umana di amore per poter essere Egli stesso a saziarla.

Il contenuto esistenziale del dogma cristologico è appunto il fatto che non l’invidia, il risentimento, non l’opposizione o il conflitto caratterizzano il rapporto dell’uomo con Dio, quanto piuttosto la gioia, l’accoglienza e il desiderio, perché proprio l’uomo è la creatura che Dio ha voluto per poterle dire: “Tutto ciò che è mio è tuo” (Lc 15, 22). Con le parole dello stesso Pontefice: “Dio è così grande da avere posto anche per noi. E l'uomo Gesù, che è al tempo stesso Dio, è per noi la garanzia che essere-uomo ed essere-Dio possono esistere e vivere eternamente l'uno nell'altro”[2].

La lunga frequenza che Joseph Ratzinger ha intrattenuto con gli scritti di S. Agostino ha impresso nel cuore del Pontefice emerito la preghiera semplice e profonda con cui il vescovo di Ippona si rivolgeva a Dio: “Noverim te, Domine, noverim me”[3]: è la riflessione sul Dio-Agape che consente di leggere e comprendere l’uomo nel suo bisogno fondamentale e nella sua integralità, nella sua origine, nella sua vocazione e nel suo compimento. Nei suoi “Colloqui ultimi”, Benedetto XVI confidava di recitare quotidianamente la preghiera di Francesco Saverio: “Io non ti amo perché puoi mandarmi all'Inferno o in Paradiso, ma perché sei Tu”[4].

Come il biografo di J. Ratzinger, Peter Seewald ha scritto, la “Deus caritas est” è stata scritta da una mente e da un cuore innamorati[5].

Le ragioni di questo amore verso Dio sono contenute tutte nell’enciclica “Deus Caritas est” e, in particolare, nel suo primo capitolo.

 

LA STRUTTURA E IL CONTENUTO

La prima parte dell’enciclica è stata dallo stesso Pontefice qualificata come “speculativa”. É necessario comprendere bene il significato di questa parola, onde evitare di considerare i primi capitoli come un mero preambolo ad una parte “concreta”, la seconda, quella realmente interessante e comprensibile. Al tempo stesso il termine “pratica”, non significa esecuzione di un mandato o di un comando, realizzazione di una teoria, quanto piuttosto rimanda alle conseguenze che l’esperienza del Dio-Agape ha nella vita del credente e della Chiesa: sarebbe forse meglio dire – impiegando un termine che lo stesso Ratzinger usa a più riprese – che si tratta di una parte “contemplativa”, tale cioè che guardare significa desiderare di venire trasformati in ciò che si guarda, come realmente accade nell’esperienza estetica[6].

Se si considerano poi i termini che in questa Enciclica Benedetto XVI impiega per indicare il cuore della concezione cristiana dell’amore, si può intuire che fa parte dei suoi intenti fondamentali presentare l’amore non come ipotesi, come mero desiderio o come utopia, ma come storia accaduta: ascoltando la parola “amore” l’uomo deve pensare innanzitutto non ad un comandamento, ad una richiesta di Dio quanto piuttosto  innanzitutto al suo dono. Per questo, scrive Ratzinger, all’inizio della vita cristiana “non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva”[7]

Ad uno sguardo non superficiale, l’Enciclica appare immediatamente come una sintesi cristologica a partire dalla sorgente dell’amore che è il Dio-Agape, cioè la Trinità: l’Agape di Dio (è un genitivo soggettivo che esprime l’Amore che Dio stesso è) viene offerta all’uomo nel mistero pasquale del Cristo[8].

Proprio perché l’amore non è prima di tutto capacità umana, passione di breve durata o sentimento transitorio, ma vita stessa di Dio, l’uomo potrà sperare e possedere la forza dell’amore oltre ogni sua debolezza e fragilità[9]. Nell’iniziativa che Dio prende nei confronti dell’uomo, infatti, “la risposta al dono dell’amore, col quale Dio ci viene incontro”[10] non solo è possibile, ma diventa anche reale. Annunciando Gesù Cristo come amore di Dio che rende l’uomo capace di amare la “Deus caritas est” appare davvero come “una sorta di sguardo complessivo della teologia del suo autore dalla nuova prospettiva del pontificato”[11].

La cristologia si fonde con l’antropologia: riconoscere un Dio che è Agape non è un’informazione trasmessa all’uomo ma una trasformazione donata all’uomo. Se l’amore non è un’ipotesi ma una storia – e una storia accaduta perché il suo esito possa divenire possesso di tutti – le domande che stanno alla base di questo primo capitolo si concentrano in una sola: “Dove e come accade che l’Amore che è Dio si comunica all’uomo?”

Aggiungiamo, sempre in via introduttiva, che se questo presenta una novità, essa non è certamente quella di Dio come Agape. La novità, almeno così ci sembra, consiste piuttosto nella reciproca convergenza, implicanza e indissolubile unità di Trinità e storia, Divinità e umanità, così da ottenere una teologia “radicalmente cristologica e cristocentrica, e proprio così radicalmente teologica e antropologica”[12].

 

PRATICITA’ E PASSIVITA’ DELL’AMORE

Il sospetto che la “Deus caritas est” sia un discorso avulso dalla storia, debole e incapace di reggere alla prova dei fatti[13], è destinato a dissolversi assai presto: anche se collocato nel mezzo dello scritto, fin quasi a passare inosservato, il punto fermo dell’intero pronunciamento appare senza incertezza o indecisione: “L’amore è possibile, e noi siamo in grado di praticarlo perché creati ad immagine di Dio” E aggiunge immediatamente: “Vivere l’amore e in questo modo far entrare la luce di Dio nel mondo, ecco ciò a cui vorrei invitare con la presente Enciclica”[14].

Si tratta quindi non di speculazione, ma di contemplazione realista, di un fatto, di un evento: è una riflessione genuinamente cristologica e proprio per questo realmente antropologica. È infatti uno sguardo, lo sguardo rivolto al fianco squarciato di Cristo, di cui parla Giovanni (cfr. 19, 37): è questo il punto sorgivo in cui si guarda il Dio che “è amore” (1 Gv 4, 8). È lì che questa verità può essere contemplata, ed è partendo da lì deve definirsi che cosa sia l’amore”[15].

L’amore, dunque, è possibile perché è reale, perché, pur essendo Dio, è stato donato come reale esperienza dell’uomo, e l’amore come esperienza dell’uomo è possibile perché Dio stesso si è fatto carne[16]; ecco perché l’enciclica è “un impulso profondamente teologico, spirituale, pastorale e sociale, con il quale il Papa vuole incoraggiare tutti noi per la missione nel mondo d'oggi”[17].

E qui sta l’insegnamento fondamentale della “Deus caritas est”: solo “l’amato” può diventare “amante”, solo chi è passivo davanti all’Amore - cioè accogliente di esso – può essere attivo per amore. Vengono in mente le parole di un grande teologo protestante, Eberhard Jüngel, che ha dimostrato sincera ammirazione per la “Deus caritas est”[18] e scrive: “Nulla si può fare per l’Amore. Tutto si può fare per amore”. Un modo diverso nella forma, ma non nel contenuto, per parlare della “passività”[19].

La priorità all’Agape come dono – detto in termini agostiniani come Grazia – consente anche la retta comprensione di un altro termine tipico di Benedetto XVI: “passività”. Con questo termine, Ratzinger non ha affatto esaltato l’inerzia, la pigrizia o l’accidia, cosa profondamente contraria ad ogni autentica spiritualità cristiana, quanto ha voluto piuttosto sottolineare il primato del dono, della Grazia, dell’Amore, nel quale l’uomo diventa attivo nella misura in cui si lascia avvolgere e abbracciare[20]. In altre parole: anche l’attività è frutto della passività, così come la natura è conseguenza della Grazia.

Questo consente di comprendere cosa Benedetto XVI realmente intende quando afferma che “Dio è pratico”[21] o che il Cristianesimo non è solo una “buona notizia”, un fatto soltanto “informativo”, ma un evento “performativo”, cioè “una comunicazione che produce fatti e cambia la vita. La porta oscura del tempo, del futuro, è stata spalancata. Chi ha speranza vive diversamente; gli è stata donata una vita nuova”[22].

 

EROS E AGAPE

La visione di Benedetto XVI emerge con chiarezza a proposito del rapporto Eros-Agape. Riprendendo la celebre distinzione di eros-filia-agape, Ratzinger non solo mette in evidenza l’originalità dell’Agape su qualsiasi forma di amore umano, ma la indica anche come la sorgente di ogni rapporto degno di questo nome.

Qual è la caratteristica dell’amore di Dio? Fra le molte che se ne potrebbero enunciare, Benedetto ne sottolinea una: la definitività, la stabilità e la durata permanente (nn. 4-5). Questa è innanzitutto la caratteristica di Dio, e il fatto che Dio la voglia anche per l’uomo – questa è, in ultima analisi, la cristologia – potrebbe bastare a vedere come il sospetto che la fede cristiana avveleni l’amore o addirittura lo rende impossibile, sia del tutto ingiustificato, anzi: è esattamente il contrario. Dio infatti vuole l’uomo non semplicemente come creatura capace di amare, ma come creatura che ama in quanto partecipe dello stesso Amore che contraddistingue Dio.

Nell’orizzonte cristologico dell’uomo come vocazione alla condivisione del Dio che è Agape si comprende anche l’importanza attribuita dal Santo Padre all’unità di anima e corpo: tutto l’uomo è chiamato alla perenne condivisione dell’Agape, e quindi l’anima è memoria che anche il corpo entra nella perenne condivisione dell’Amore così come il corpo non appare l’ingombrante rivestimento dell’anima di cui ci si vorrebbe liberare, ma entrambi – Tommaso direbbe il “conjunctun” – sono destinati all’eternità dell’Agape.

Come direbbe B. Pascal: “L’uomo supera infinitamente l’uomo”[23].

Possiamo allora capire che la ragione per cui l’eros deve elevarsi ad Agape – e la cosa è di per sé innovativa – non è un disprezzo dell’Eros come qualcosa che si debba abbandonare o superare, quanto piuttosto il fatto che senza Agape l’Eros rimarrebbe incompiuto, privo di realizzazione e compimento; si potrebbe anche dire che è per fedeltà dell’Eros a se stesso che l’Eros deve elevarsi e custodirsi nell’Agape. Ma anche qui, come in tutta l’Enciclica, il principio è genuinamente cristologico: è in Gesù Cristo che si rivela la natura dell’Agape. Quello che è stato il sogno dell’uomo, cioè diventare Dio, si realizza non nella conquista ma nell’accoglienza di quell’evento nel quale Dio ha chiamato l’uomo ad essere partecipe di sé.

La centralità “dell’uomo e del suo cammino”[24] non è arroganza o presunzione, ma conseguenza e obbedienza all’evento di Cristo che ha reso l’uomo “icona” di Dio, capace cioè di contenere Dio senza che questi si esaurisca nell’uomo[25]: è come “immagine” che l’uomo è capace di amare[26] e “l’uomo può essere immagine di Dio, perché Gesù è Dio e Uomo, la vera immagine di Dio e dell’uomo”[27].

Ci chiediamo allora: quali sono le caratteristiche dell’Agape a partire dal dono che Dio fa di sé in Gesù Cristo?

Innanzitutto il fissarsi della pienezza dell’Amore in una sola persona: la pienezza dell’Agape, che non può essere che una (una pienezza parziale o dimezzata è una contraddizione in termini), esige altrettanto una pienezza, cioè una persona, onde poter essere accolta. All’unico Dio che si dona corrisponde l’unico Agape donato, cioè accolto.

Esclusività e definitività sono dunque le caratteristiche dell’Amore totalmente generoso, quale è appunto l’amore di Dio, che prima di costituire il sacramento del matrimonio cristiano, caratterizzano l’evento cristologico in cui l’Agape si autocomunica (nn. 6-7).

Inoltre, nel movimento di passività-attività, abbiamo la dinamica del dono, cioè il dinamismo dell’Agape: nella sua natura di dono, l’amore è generosità che si abbassa – cioè dono che si offre e si comunica – e accoglienza che innalza, la conseguenza cioè della ricezione del dono. Si tratta prima di tutto del movimento cristologico in cui l’Agape – donandosi all’uomo – innalza l’uomo alle sue stesse altezze. E’ in forza dell’Agape che si dona che l’uomo può diventare capace d’amore.

Questa autocomunicazione della pienezza illumina infine ogni frammento rispetto al tutto ed esclude al tempo stesso l’incomunicabilità o estraneità reciproca delle varie forme dell’amore: Papa Benedetto chiama questa la “retta unità” (rechte Einheit) dell’amore, che consente di poter distinguere – senza dividere – i vari gradi di amore riconducendo tutti alla loro Sorgente (principio della analogia, cfr. n. 7).

Si tratta di una novità genuinamente cristiana: nel dono di Dio, che è assoluta pienezza, tutti i frammenti di amore sono unificati. Non solo: non c’è esperienza del frammento che non diventi desiderio del tutto. Il frammento non può accontentarsi si essere tale: se “assaggia” l’amore vero, non può non desiderarlo tutto. Proprio parlando della “Deus Caritas est”, e in riferimento all’Eros, Papa Benedetto scrive: “Partendo dall'immagine cristiana di Dio, bisognava mostrare come l'uomo è creato per amare e come questo amore, che inizialmente appare soprattutto come eros tra uomo e donna, deve poi interiormente trasformarsi in agape, in dono di sé all'altro - e ciò proprio per rispondere alla vera natura dell'eros”[28].

Non esiste parte che non aspiri al tutto.

 

CHIESA, SACRAMENTI E STORIA

La prima parte dell’enciclica terminava con esplicazioni esistenziali in ordine alla reciproca compenetrazione di Agape divina e amore umano, come per creare la capacità di “guardare quest’altra persona non più soltanto con i miei occhi e con i miei sentimenti, ma secondo la prospettiva di Gesù Cristo”[29]. 

L’effetto del dono dell’amore è altrettanto concreto quanto il dono che Cristo ha lasciato, l’Eucaristia, cioè il luogo in cui l’amore diventa realtà tangibile e fruibile[30]: è infatti nell’Eucaristia che “si compie quel volgersi di Dio contro sé stesso nel quale Egli si dona per rialzare l’uomo e salvarlo, amore, questo, nella sua forma più radicale”[31]. C’è un filo rosso che congiunge la tesi di dottorato di J. Ratzinger alla “Deus Caritas est”, ed è precisamente l’idea che “Gesù Cristo apre la strada all'impossibile, alla comunione tra Dio e l'uomo”[32]: con l’Eucaristia si entra infatti nella comunione con Cristo che porta alla totale apertura dell'essere umano verso Dio e che è, a sua volta, la condizione dell’amore reciproco degli uni per gli altri”[33].

Il sogno del mondo antico era il possesso, anzi la brama di quel Logos che avrebbe finalmente dato all’uomo la sapienza eterna come proprio cibo: ma questo, osserva Ratzinger, non è più un sogno o un desiderio, ma un fatto reale, che accade sempre ogni volta che si celebra l’Eucaristia: è qui che lo stesso Logos “è diventato veramente per noi nutrimento come amore (...) che ci attira nell’atto oblativo di Gesù”[34]. Volendo usare la similitudine dello stesso Pontefice si può dire che accade “qualcosa di simile a una fissione nucleare per mezzo della quale il corpo di Gesù rivive in modo nuovo” facendo dei segni sacramentali del pane e del vino “i portatori della forma misteriosamente reale del Risorto”[35].

Proprio per il fatto che l’Agape non è teoria ma azione (handeln) c’è nella storia il momento in cui l’Agape si mostra come azione pratica, come il “rincorrere” da parte di Dio di un uomo perduto e peccatore, come rigenerazione e come risurrezione: nella sua dedizione al peccatore smarrito, Dio si rivela come Agape. Nella storia Dio non si deforma, ma si manifesta: nella Croce e nella Risurrezione l’Agape si mostra come “praticità di Dio”, al punto che non è possibile credere in Dio senza patire una rigenerazione e una risurrezione. Scrive Benedetto: “È importante che il cristianesimo non sia una somma di idee, una filosofia, una teologia, ma un modo di vivere, il cristianesimo è carità, è amore (…), non è fredda matematica che costruisce l’universo, non è un demiurgo; questa ragione eterna è fuoco, è carità. In noi stessi dovrebbe realizzarsi questa unità di ragione e carità, di fede e carità. E così trasformati nella carità diventare, come dicono i Padri greci, divinizzati”[36].

La “divinizzazione”, cioè la conseguenza del donarsi di Dio come Agape, si mostra innanzitutto nell’unità dei due “comandamenti”, cioè dell’amore a Dio e dell’amore al prossimo. In merito a questo, la domanda di Benedetto è triplice:

  1. sono davvero due comandamenti o non piuttosto un unico dono?
  2. Può l’amore essere “comandato” (geboten), quando in realtà deve essere decisione libera e gratuita?
  3. È possibile amare l’Invisibile, quando l’amore esige prima di tutto conoscenza di ciò che si ama?

Cominciando dall’ultima domanda, Papa Benedetto ricorda che l’affermazione dell’invisibilità di Dio (“Dio nessuno lo ha mai visto”) rimanda non alla sua assenza o inconoscibilità, ma al carattere gratuito e libero della sua automanifestazione: è infatti “il Figlio che lo ha rivelato”. Che l’Invisibile si faccia visibile non è una contraddizione, ma un’affermazione di gratuità e libertà.

Questo costituisce la premessa del fatto che i comandamenti, in realtà, sono uno: l’amore a Dio non può non comportare l’amore per l’uomo, poiché chi diventa amato non può non essere a sua volta amante. Se l’amore a Dio è sempre un amore di risposta, la risposta a questo amore non può che essere essa stessa amore, e dunque relazione all’altro e accoglienza della sua alterità. In questa prospettiva i comandamenti non sono leggi da osservare, ma lo sviluppo “naturale” del dono ricevuto[37], che ripropongono il principio ormai noto: l’amato non può non diventare amante. In altre parole, l’amore non è un “comandamento» dall’esterno che ci impone l’impossibile, bensì di un’esperienza dell’amore donata dall’interno, un amore che, per sua natura, deve essere ulteriormente partecipato ad altri. L’amore cresce attraverso l’amore” (n. 18). Per questo amore di Dio e amore del prossimo sono inseparabili, sono un unico comandamento: derivano entrambi dall’amore di Dio che ci ha amati per primo.

Infine l’ultima domanda: l’amore può essere comandato? La risposta di Ratzinger è semplice: l’amore può essere comandato in quanto è stato prima di tutto donato.

 

CONGEDO

Una lettura non affrettata dell’enciclica ci ha suggerito che l’amore definisce a tal punto l’uomo che “chi vuole sbarazzarsi dell’amore si dispone a sbarazzarsi dell’uomo in quanto uomo”[38]. E anche se le espressioni umane dell’amore, spesso così fragili e talvolta anche fallimentari, possono indurre a dubitare circa la possibilità stessa dell’amore[39], Benedetto XVI ricorda che l’amore è possibile, ma “un amore vero, fedele e forte; un amore che genera pace e gioia; un amore che lega le persone, facendole sentire libere nel reciproco rispetto”[40].

Questo amore è possibile perché è reale, ed è reale perché è un dono accaduto: l’incarnazione del Logos e il dono dello Spirito che la diffonde, dello Spirito che “cristifica”, consentono all’uomo di credere all’amore proprio perché non lui ma il Dio che è Agape, il Dio assolutamente generoso, ne è l’origine inesauribile e mai più revocabile.

Fondare l’amore non sulla propria capacità ma sul dono che Dio fa di se stesso è il movimento della fede: l’amore “poggia sulla fede” e pertanto la fede costituisce la garanzia più garantita dell’amore stesso, della sua efficacia e della sua durata, Scrive infatti Ratzinger: “L’amore si scioglie quando l’uomo non è più capace di percepire Dio”[41].

Agape, Trinità, Incarnazione, Spirito, Redenzione, Chiesa, Carità. Uomo, desiderio, anelito, fede, accoglienza, missione, diffusione ecc.

Le parole possono anche cambiare e moltiplicarsi, ma la realtà rimane sempre e solo una: “Deus caritas est” (1Gv 4, 8).

 

[1] NIETZSCHE FRIEDRICH,  Così parlò Zarathustra, in ID., "Opere", Milano, Adelphi, 1973, IV, I, p. 100 ss. Altrove scrive chiaramente: “Ich glaube an das urgermanische Wort: alle Götter müssen sterben”. ID., Die Unschuld des Werdens I, in ID., "Nachlass", 1956, 3. Altrove Nietzsche scrive: “Il concetto di Dio fu inventato in antitesi con quello della vita: in esso si riunì, in una terribile unità, tutto ciò che c'era di dannoso, di velenoso, di calunnioso, tutto l'odio mortale contro la vita. Il concetto di aldilà fu creato per svalutare l'unico mondo che ci sia, per non mantenere più alla nostra realtà terrena alcun fine, alcuna ragione, alcun compito". Ecce homo (1922), Milano, Adelphi, 1969, 8.

[2] BENEDETTO XVI, Omelia nella Solennità dell'Assuzione di Maria il 15 agosto 2010, in "L'Osservatore Romano", 15.8.2010, 2. Altrove Papa Benedetto scrive che Dio “non si contrappone all’uomo, non mortifica i suoi desideri autentici, anzi li illumina, purificandoli e portandoli a compimento. Come è importante per il nostro tempo scoprire che solo Dio risponde alla sete che sta nel cuore di ogni uomo!”. Esortazione apostolica Verbum Domini, Città del Vaticano, Vaticana, 2010, n. 22.

[3] "Noverim Te, noverim me". AGOSTINO,  Soliloquia, 2, 1, 1; PL 32, 885.

[4] BENEDIKT XVI.,  Letzte Gespräche, München, Droemer, 2016, 32.

[5] Cfr. SEEWALD PETER, Benedikt XVI. Ein Leben, Droemer, München 2020, 862.

[6] CI pare che nell’orizzonte di Ratzinger “contemplazione” rimandi al riconoscimento del primato di Dio e di conseguenza anche al prima to dell’ascolto. Scrive lo stesso Benedetto XVI: “Nella contemplazione silenziosa emerge poi, ancora più forte, quella Parola eterna per mezzo della quale fu fatto il mondo, e si coglie quel disegno di salvezza che Dio realizza attraverso parole e gesti in tutta la storia dell’umanità. Come ricorda il Concilio Vaticano II, la Rivelazione divina si realizza con “eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, mentre le parole proclamano le opere e illustrano il mistero in esse contenuto” (Dei Verbum, 2)”. Messaggio per la 46. Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali 2012, in "L'Osservatore Romano (supp. del venerdì)" 31.1.2012, 8.  Sia dal punto di vista linguistico che del contenuto, non è faticoso tracciare una linea che, dall’opera “Introduzione al Cristianesimo” pubblicata per la prima volta nel 1968 giunge fino alla “Deus caritas est”. La prima parte è facilmente riconoscibile come scritta di una sola gettata (“erkennbar aus einem Guss”), mentre nella seconda si vedono diverse fonti e diversi linguaggi (evidente quello del Diritto Canonico al n. 32). Cfr. Benedikt XVI.: Enzyklika über die christliche Liebe, in "Herder-Korrespondenz", 2006, 3, 116. 

[7] Deus Caritas est, n. 1.

[8] Cfr. BINNINGER CHRISTOPH, "Deus caritas est". Versuch einer Entfaltung und Ausdeutung der theologischen Grundaussagen der ersten Enzyklika von Benedikt XVI., in SCHALLER CH. - SCHULZ M. - VODERHOLZER R. (Hgg.), “Mittler und Befreier. Die christologische Dimension der Theologie”, Herder, Freiburg i.B. 2008, 203-215.

[9] In questo senso Bendetto XVI può scrivere che “Dio stesso insegue la "pecorella smarrita", l'umanità sofferente e perduta (...). Nella sua morte in croce si compie quel volgersi di Dio contro se stesso nel quale Egli si dona per rialzare l'uomo e salvarlo, amore questo nella sua forma più radicale. Lo sguardo rivolto al fianco squarciato di Cristo (...) comprende ciò che è stato il punto di partenza di questa Lettera enciclica: "Dio è amore" (1 Gv 4,8). È lì che questa verità può essere contemplata. È partendo da lì deve ora definirsi che cosa sia l'amore”. Deus caritas est, n. 12.

[10] Lettera enciclica "Deus caritas est", n. 1. Scrive ancora il Papa: “Egli ci ama, ci fa vedere e sperimentare il suo amore e, da questo «prima» di Dio, può come risposta spuntare l’amore anche in noi” (n. 17). 

[11] BEINERT WOLFGANG, Joseph Ratzinger - Beneditikt XVI. Ausschau als Rückschau, in "Catholica", 2006, 150.

[12] CAMILLO RUINI, Prolusione alla riunione del Consiglio Episcopale Permanente della CEI dal 15 al 19 maggio 2006, in"L'Osservatore Romano (suppl. del Venerdì)" 24.3.2006, 9. L’autore rimanda al commento redatto da Ratzinger nel 1968 per il Lexikon für Theologie und Kirche”.

[13] Da questo punto di vista, ben lungi dall’essere una “dogmatizzazione della sua dogmatica”, l’enciclica mostra che la teologia di Ratzinger cambia la forma, ma non la sua sostanza permanente. Cfr. SÖDING THOMAS, Die Lebendigkeit des Wortes Gottes. Das Verständnis der Offenbarung bei Joseph Ratzinger, in MEIER-HAMIDI FRANK - SCHUMACHER FERDINAND (Hg.), "Der Theologe Joseph Ratzinger", Herder, Freiburg i.B. 2007, 25.

[14] Lettera enciclica "Deus caritas est", n. 39.

[15] Lettera enciclica "Deus caritas est", n. 12.

[16] Il testo è distribuito in 42 numeri per un centinaio di pagine, ed è diviso in due parti: la prima consiste in una profonda riflessione teologica sull’amore e sull’orignalità dell’Agape cristiana, mentre la seconda ha una indole più pratica. C'è tra le due parti una profonda unità. “La prima parte - osserva il Papa - avrà un'indole più speculativa, visto che in essa vorrei precisare [...] alcuni dati essenziali sull'amore che Dio, in modo misterioso e gratuito, offre all'uomo, insieme all'intrinseco legame di quell'Amore con la realtà dell'amore umano. La seconda parte avrà un carattere più concreto, poiché tratterà dell'esercizio ecclesiale del comandamento dell'amore per il prossimo [...]. È mio desiderio insistere su alcuni elementi fondamentali, così da suscitale nel mondo un rinnovato dinamismo di impegno nella risposta umana all'amore divino” (n. 1). Le due parti non sono in conflitto o in concorrenza, ma si rapportano rispettivamente come origine e conseguenza, fondamento e fondato: avere interpretato questo come infelice distinzione fra un “alto”, l’amore di Dio e un più “in basso”, l’amore dell’uomo, ci sembra il limite del’articolo di ORSATTI MAURO, Dio è amore. Riflessioni bibliche sul tema dell'enciclica di Benedetto XVI, in "Rivista Teologica di Lugano", 2006, 2, 241-256.

[17] LEHMANN KARL, Im Zentrum der christlichen Botschaft. Die esrte Enzyklika "Deus caritas est" von Papst Benedikt XVI., in BENEDIKT XVI., "Gott ist die Liebe. Die Enzyklika "Deus caritas est". Ökumenisch kommentiert von Bischof Wolfgang Huber, Metropolit Augustinus Labardakis, Karl Kardinal Lehmann", Freiburg i.B., Herder, 2006, 138.

[18] É con certa diffidenza che normalmente i teologi protestanti leggono le encicliche papali. Sono un teologo protestante, quindi rientro in questa regola. Non c'è regola, tuttavia, senza eccezioni. Il testo mi ha toccato, non da ultimo perché ha evocato nel lettore evangelico una sintonia che sgorga da un profondo consenso di vasta portata ecumenica”. La citazione di Jüngel è riportata da RINO FISICHELLA nell’articolo: “Ha avuto un'eco vastissima”, in “Avvenire” 27.1.2007, 1. Per uno sguardo più approfondito cfr. JÜNGEL EBERHARD, Caritas fide formata. Die erste Enzyklika Benedikts XVI - gelesen mit den Augen eines evangelischen Christenmenschen, J. H. TÜCK(Hg.), "Der Theologenpapst. Eine kritische Würdigung Benedikts XVI."  Herder, Freiburg 2013, 33-57.

[19] “Il cristiano non cerca l’autoperfezione, quasi come difesa davanti a Dio. E nemmeno cerca un’autorealizzazione o aspira ad essere l’autore della propria vita, come se non avesse egli stesso bisogno d’amore e perdono da parte di altri. Al contrario: il cristiano accetta la sua indigenza, accoglie la benevolenza che gli viene donata, e mediante questa accoglienza si libera da se stesso, diviene lui stesso libero di donarsi, libero di donare oltre il necessario, in accordo con la generosità divina. E così ottiene la gioia della sovrabbondanza nella libertà di colui che è salvato”. RATZINGER JOSEPH, Gott ist Übefluss, weil er Liebe ist, in  ID. "Predigten"  Herder, Freiburg i.B. 2019, Gesammelte Schriften" 14-1, 330.

[20]  “Tutti gli sforzi di superamento di sé intrapresi dall’uomo di sua iniziativa non sono mai sufficienti. Chi vuol solo dare e non è pronto a ricevere, chi vuol esistere solo per gli altri senza poi riconoscere come lui stesso viva da parte sua del dono gratuito e inesigibile del “per” degli altri, misconosce il tratto fondamentale della natura umana, finendo così necessariamente per distruggere anche il vero senso dell’altruismo. Per risultare fruttuosi, tutti i superamenti di sé hanno bisogno di ricevere dagli altri, e in definitiva di attingere soprattutto da quell’altro che è veramente l’altro dell’intera umanità, pur essendo contemporaneamente un tutto unico con lei: l’uomo-Dio Gesù Cristo”. RATZINGER JOSEPH - BENEDIKT XVI, Strutture del Cristianesimo, in  ID. Introduzione al Cristianesimo. Lezioni sul simbolo apostolico  Queriniana, Brescia 2003, 202. E ancora: “Solo a partire da un “tu”, l’“io” può trovare se stesso. Solo se è accettato, l’“io” può accettare se stesso. Chi non è amato non può neppure amare se stesso. Questo essere accolto viene anzitutto dall’altra persona. Ma ogni accoglienza umana è fragile. In fin dei conti abbiamo bisogno di un’accoglienza incondizionata. Solo se Dio mi accoglie e io ne divento sicuro, so definitivamente: è bene che io ci sia. È bene essere una persona umana. Dove viene meno la percezione dell’uomo di essere accolto da parte di Dio, di essere amato da Lui, la domanda se sia veramente bene esistere come persona umana non trova più alcuna risposta”. BENEDETTO XVI, Ai Membri della Curia Romana il 22 dicembre 2011 in occasione del Natale, in "L'Osservatore Romano (supp. del venerdì)", 27.12.2011, 3.

[21] “In realtà, Dio è “pratico”; non è un mero corollario teorico a una determinata visione del mondo, un’idea a cui ricorrere per trovare conforto o appiglio o, semplicemente, un concetto che si possa ignorare”. RATZINGER JOSEPH, Saggio introduttivo, in ID., “Introduzione al Cristianesimo. Lezioni sul simbolo apostolico”, Queriniana, Brescia 2003, 12.

[22] BENEDETTO XVI, Spe salvi, n. 2.

[23] Pensieri, ed. Chevalier, 438.

[24] Lettera enciclica "Deus caritas est", n. 1.

[25] “Lo specifico dell’immagine non consiste in ciò che essa è da sola, in sè, quando piuttosto nella sua trascendenza che indica, che mostra, che tocca qualcosa che essa non è in sè (...) In una parola, “immagine di Dio” significa quindi: rimando, relazionalità. È dinamica che spinge l’uomo nel movimento di autotrascendenza, verso l’altro e in direzione dell’Altro e, in definitiva, verso il totalmemte Altro. La somiglianza con Dio significa pertanto capacità di relazione. Ora, se ciò che costituisce la dignità specifica dell’uomo, la sua definizione, è proprio la somiglianza con Dio, ecco allora che qualcuno diventa massimamente uomo nella misura in cui si trascende. Se diventa capace di dire “Tu” a Dio”. RATZINGER JOSEPH - BENEDIKT XVI., Gottes Projekt. Nachdenken über Schöpfung und Kirche, Pustet, Regensburg 2009, 61-62.

[26] “Il cuore pulsante del suo pontificato può essere espresso in tre concetti-cardine: verità, libertà e amore. La verità, così il papa la vede, è la soglia che ogni persona umana deve varcare per essere realmente libera, libera di realizzare pienamente il proprio potenziale umano; e l'amore è sia il fine ultimo della libertà, sia il motivo che induce la Chiesa a mettere il tema della verità e della libertà al primo posto”. ALLEN JOHN JR., Benedetto XVI anno primo: un quadro d'insieme, in "Il Regno Documenti", 7, 2006, 213.

[27] BENEDETTO XVI, Omelia della S. Messa della Notte di Natale nella Basilica Vaticana il 25 dicembre 2010, in “L'Osservatore Romano (suppl. del Venerdì)”, 31.12.2010, 7.

[28] BENEDETTO XVI, Ai partecipanti all'incontro promosso dal Pontificio Consiglio "Cor Unum" il 23 gennaio 2006, in “L'Osservatore Romano (suppl. del Venerdì)”, 27.1.2006, 2.

[29] Lettera enciclica "Deus caritas est", n. 18.

[30] Cfr. Lettera enciclica "Deus caritas est", n. 12; 13; 14; 17 e 18.

[31] Lettera enciclica "Deus caritas est", n. 12.

[32] Si legga, ad es., il saggio Sull'origine e l'essenza della Chiesa, in ID. "Il nuovo Popolo di Dio", Queriniana, Brescia 1971, 83-97.

[33] RATZINGER JOSEPH, Communio. Eucharistie - Gemeinschaft - Sendung, in ID., “Weggemeinschaft des Glaubens. Kirche als Communio”, Sankt Ulrich Verlag, Augsburg 2002, 70.

[34] Lettera enciclica "Deus caritas est", n. 13. “Nell’Eucaristia questo realismo escatologico è reso presente: andiamo incontro a Lui - come a colui che viene - ed Egli viene ed anticipa già adesso quell’ora che un giorno sarà definitiva (...), siamo introdotti in una realtà più grande, proprio al di là di questa quotidianità”. BENEDETTO XVI, Luce del mondo, Città del Vaticano, Vaticana, 2010, 248. 

[35] BENEDETTO XVI, Che cos'è il Cristianesimo. Quasi un testamento spirituale, Mondadori, Milano 2023, 134-136.

[36] BENEDETTO XVI, Meditazione durante l'apertura della prima congregazione generale del Sinodo per l'Africa il 5 ottobre 2009, in  "L'Osservatore Romano (suppl. del Venerdì)", 9.10.2009, 5.

[37] “L’amore è “divino” perché viene da Dio e ci unisce a Dio e, mediante questo processo unificante, ci trasforma in un Noi che supera le nostre divisioni e ci fa diventare una cosa sola, fino a che, alla fine, Dio sia “tutto in tutti” (1 Cor 15, 28)”. BENEDETTO XVI, Lettera enciclica "Deus caritas est", n. 18.

[38] Lettera enciclica "Deus caritas est, n. 28.

[39] Cfr. Lettera enciclica “Deus caritas est”, n. 35.

[40] BENEDETTO XVI, Messaggio per la XXII Giornata Mondiale della Gioventù 2007, in “L'Osservatore Romano” (suppl. del Venerdì), 9.2.2007, 4.

[41] RATZINGER JOSEPH (BENEDIKT XVI), Vorsitz in der Liebe, in ID., “Gottes Glanz in unserer Zeit. Meditationen zum Kirchenjahr”, Freiburg, Herder, 2006, 47.

 

 


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