Sulla via Pulchritudinis con Rodolfo Papa

Rodolfo Papa (Roma, 1965) pittore, scultore, teorico, storico e filosofo dell'arte, è una delle voci più riconoscibili dell’arte contemporanea italiana che sceglie di dialogare con il sacro. Accademico Ordinario della Pontificia Insigne Accademia di Belle Arti e Lettere dei Virtuosi al Pantheon, è docente di Arte Sacra, Tecniche Pittoriche nell’Accademia Urbana delle Arti e Presidente dell'Accademia Urbana delle Arti.

Già professore di Storia delle teorie estetiche, Storia dell’Arte Sacra, Traditio Ecclesiae e Beni Culturali, Filosofia dell’Arte Sacra (Istituto Superiore di Scienze Religiose Sant'Apollinare, Roma; Master II Livello di Arte e Architettura Sacra della Università Europea, Roma; Istituto Superiore di Scienze Religiose di Santa Maria di Monte Berico, Vicenza; Pontificia Università Urbaniana, Roma; Corso di Specializzazione in Studi Sindonici, Ateneo Pontificio Regina Apostolorum), espone in musei, gallerie e chiese in Italia e all’estero. È autore di numerose monografie tradotte in più lingue e centinaia di articoli nonché divulgatore d'arte per diverse trasmissioni televisive.

1) Maestro Papa, lei ha ritratto Benedetto XVI al comando della barca di Pietro, la Chiesa, per la Cattedrale di Sulmona (l’abside e il portale) nel 2009-2010, come riflette quest'opera anche in relazione al fatto che, in quegli stessi tempi, l’Abruzzo visse la tragedia del terremoto? 

Nel 2008 il vescovo della Diocesi di Sulmona-Valva, mons. Angelo Spina, -che già in passato, in quanto arciprete della Cattedrale di Bojano mi aveva chiamato a dipingere l’intera decorazione pittorica dell’Antica Cattedrale di Bojano, un lavoro immenso durato dal 2000 al 2011- mi chiese di collaborare anche per la Cattedrale di Sulmona, precisamente per realizzare un ciclo di dipinti molto complesso, che andava a riempire cornici settecentesche rimaste vuote nel corso dei secoli. Mi propose un programma iconografico adeguato alla sua pastorale: la rappresentazione delle virtù cardinali e delle virtù teologali nelle navate laterali, e poi quattro tele nel presbiterio, come un cammino verso il tabernacolo, ovvero Maddalena che si reca al sepolcro e incontra Cristo risorto, Giovanni e Pietro che, avvisati da Maddalena, corrono al sepolcro con andature diverse ed infine la Barca della Chiesa. Quest’ultimo rappresenta appunto la Chiesa come una imbarcazione che solca il mare della storia, con una vela latina che porta il crocifisso dipinto sopra, e con una polena sulla prua, a forma di medaglione con l’Immacolata Concezione scolpita. La barca della Chiesa è guidata dal Pontefice regnante, Benedetto XVI, che ha in mano un prezioso Vangelo, ed è seguito dal Vescovo della diocesi, poi dai chierichetti e poi ancora dal popolo di Dio, laici, suore, frati, e santi che riempiono il ponte. Ho voluto dipingere due bambini sul lato destro, vicino alla rete: il più grande sta educando la sorellina più piccola su come stare saldi sulla barca, come metafora della trasmissione della fede.

L’intenzione era rappresentare Benedetto XVI che, con il suo grande insegnamento teologico, spirituale e liturgico, governa la barca della Chiesa che è dominata e guidata dalla grande figura di Cristo crocifisso e risorto dipinta sulla grande vela triangolare.

L’opera è stata eseguita in un momento storico difficile per quel territorio: il terremoto, le difficoltà economiche sopraggiunte, i problemi della ricostruzione, le tante chiese lesionate o addirittura crollate, avevano generato un sentimento di prostrazione, una ferita nella ferita.

Decisi di dipingere questa tela nella piena luce del sole, con una esposizione a mezzogiorno, che genera una luminosità diffusa, per trasmettere speranza, per sottolineare che Santa Madre Chiesa ci illumina con la luce del Signore che ci dona la Speranza. Mi piaceva e mi piace pensare che chi guarda la tela avverta speranza. L’arte ha il compito di offrire la bellezza e con la bellezza può lenire i cuori e offrire spunti di riflessione sul presente e accompagnare alla risoluzione delle difficoltà.

Peraltro, nella grande decorazione pittorica a Bojano, precisamente nella rappresentazione del Giudizio Finale, che l’allora don Angelo volle sulla controfacciata della cattedrale, avevo rappresentato nella luce del Risorto, in Paradiso, alcune immagini di Vigili del Fuoco e di bambini con il grembiule scolastico abbracciati dalla loro maestra, a ricordare la grande tragedia del crollo della scuola di San Giuliano, per il terremoto che nel 2002 sconvolse il Molise e la Puglia. Anche in quel caso, l’arte, illuminata dalla Fede, intende suscitare la Speranza.  

 2) Lei ha eseguito altri ritratti su Benedetto? E se invece dovesse scegliere una sua opera per rappresentare il suo Magistero, per quali ragioni? 

A Sulmona, ho eseguito anche un altro ritratto di papa Benedetto, una lunetta della facciata della cattedrale, in cui è rappresentato insieme a Celestino V, in occasione della visita che papa Benedetto XVI fece a Sulmona il 4 luglio 2010, entro l’anno giubilare indetto dai Vescovi dell’Abruzzo e del Molise per gli 800 anni della nascita di San Celestino V, che Benedetto XVI nella sua omelia definì un “cercatore di Dio”. Al di là dei ritratti, il segno del suo pontificato è comunque presente nelle mie opere e ancora di più nella mia riflessione.

Infatti, il pensiero del cardinal Ratzinger prima e di Benedetto XVI poi sono stati importanti, e ancora lo sono, per alcune questioni nodali dell’arte e dell’arte cristiana in particolare. La prima enciclica di papa Francesco, la Lumen Fidei del 29 giugno 2013, ne è un potente segno. Papa Francesco ricorda al numero 7 che egli ha assunto la prima bozza di una enciclica sulla Fede già scritta da papa Benedetto e credo che proprio sulla questione del “vedere” il contributo del pensiero di Benedetto XVI sia rilevante. Nell’enciclica viene sottolineato che la Fede è sia ascolto che visione. Il “vedere” non deve essere contrapposto all’ “ascoltare”, come se la “visione” fosse solo una eredità ricevuta dal mondo greco; questa opposizione non corrisponde al dato biblico: nell’Antico Testamento all’ascolto della parola di Dio si unisce il desiderio di vedere il suo volto. E questa profonda necessità umana di vedere il volto di Dio trova risposta nell’Incarnazione del Figlio. “Vedere” e “ascoltare” nell’Enciclica vengono definiti entrambi “organi della fede”. Tutto questo fonda la necessità dell’arte sacra cristiana che genera la visione attraverso la bellezza.

Potrei dire che forse tra le mie ricerche pittoriche il tema della Theophania, ovvero della manifestazione di Dio nei paesaggi, è quello che risponde di più a questa riflessione lanciata da papa Benedetto XVI: cercare nella visione del creato la presenza di Dio.

L'arte cristiana tramanda la “visione” di coloro che furono testimoni, dei credenti, di coloro che hanno “visto e sperimentato”, “hanno palpato e toccato” il Verbo della vita, che si è fatto carne nei suoi diversi eventi e gesti, e con la loro pittura o scultura ce lo fanno “ vedere”; ci fanno “ vedere” il volto del Nazareno e guardare con i nostri occhi l'umanità rivelatrice del Figlio, “toccare” la sua Gloria. E così tutti possono contemplarLo e partecipare della gioia che invade la sua presenza.

Nella Lumen Fidei, citando san Tommaso d’Aquino, si fa riferimento alla “oculata fides”: la fede che si vede, davanti alla visione corporea del Risorto.

Soprattutto la mia produzione di arte sacra si fonda su questo principio, ovvero la possibilità di vedere attraverso il Volto di Cristo, Verbo incarnato, anche il Padre. La scelta della pittura figurativa risponde a questo percorso di ricerca che trova nella versione pittorica del realismo moderato lo spazio possibile, abitabile, dell’arte cristiana.

 

3) Nella serie di ritratti sulle Sante Patrone d‘Europa e Dottori della Chiesa, ci sono alcuni dei riferimenti spirituali più cari intellettualmente e spiritualmente a Joseph Ratzinger - Benedetto XVI, come Santa Ildegarda di Bingen e Santa Teresa di Lisieaux. Qual è la genesi di queste sue monografie e in che modo, a suo avviso, esse dialogano con il pensiero del Papa teologo?

Questa produzione è cominciata con la collaborazione con il gruppo di docenti universitarie che hanno realizzato un percorso interessante di ricerca e diffusione della santità femminile come modello di vita contemporaneo, gruppo coordinato dalle professoresse Fermina Álvarez Alonso, Silvia Dias e Lorella Congiunti. La prima iniziativa è stato un grande Convegno dedicato alle “Donne dottori della Chiesa e patrone di Europa in dialogo con il mondo di oggi” che si è tenuto presso la Pontificia Università Urbaniana il 7 e l’8 marzo 2022 con la partecipazione di molte Università tra cui quella di Avila. In quella occasione, ho realizzato i volti di queste donne incredibilmente complesse, in tecnica mista (acquerello, matite), in svariate serie originali, in quanto ogni relatore del Convegno ha ricevuto un ritratto della Santa di riferimento nella propria sessione. Questa necessità di replicare in svariate sfumature i volti di queste donne è stata una esperienza interessante da molti punti di vista: l’intento era cercare un tratto autentico di queste donne eccezionali, e replicarlo con piccole differenze cromatiche o tecniche è stato interessante anche dal punto di vista della ricerca artistica. Poi il medesimo Comitato ha organizzato una giornata di studio l’8 marzo 2023 e un successivo convegno alla Pontificia Università della Santa Croce il 7 e l’8 marzo 2024 dal titolo “Donne nella Chiesa. Artefici dell’umano” dedicato a percorsi di santità femminili contemporanei da tutto il mondo: santa Giuseppina Bakita, venerabile Mgdeleine de Jesus, santa Elizabeth Ann Seton, santa Maria Mackillop, santa Laura di santa Caterina da Siena, santa Caterina Tekakwitha, santa Teresa di Calcutta, santa Rebecca, beata Maria Beltrame Quattrocchi, serva di Dio Daphrose Mukansanga. Anche in questo caso ho realizzato diverse variazioni per ogni ritratto; la ricerca dei tratti rilevanti di questi volti, così personali per contesto e apostolato, è stata per me particolarmente arricchente. Alcuni di questi volti sono pubblicati sulla copertina del volume Donne nella Chiesa. Artefici dell’umano, curato da Silvia Dias e Lorella Congiunti, per la casa editrice Urbaniana University Press nel 2023, e tutta la serie dei ritratti è esposta nell’Auditorium Giovanni Paolo II della Pontificia Università Urbaniana. 

Per realizzare il volto di santa Ildegarda ho ovviamente meditato in modo speciale le catechesi del 2010 a lei dedicate da papa Benedetto XVI e la lettera apostolica del 7 ottobre 2012 con cui viene proclamata dottore della Chiesa universale. La santità di vita e l’originalità della dottrina di Ildegarda, l’armonia tra la dottrina e la vita quotidiana, il suo apostolato nelle mura claustrali e al di fuori di esse, la carità intellettuale, la centralità del problema se sia possibile conoscere Dio, il suo insegnamento come via per l’homo viator: tutto questo ho cercato di esprimere nell’atteggiamento della testa e nell’espressione del volto, mediante anche la scelta dei colori.

Allo stesso modo per tratteggiare il volto di santa Teresa di Lisieux ho meditato in particolare sulla catechesi del 6 aprile 2011: la piccola Teresa, la sua vita di Grazia, la sua scientia divina dell’Amore.

 

4) Nel discorso agli artisti in Cappella Sistina, il 21 novembre 2009, papa Benedetto sottolinea l'importanza antropologica oltre che metafisica di comunicare con l'arte, anche quando gli artisti vivono culture e religioni diverse. Mettendo in guardia poi da bellezza illusoria e abbagliante, evidenzia l‘autentica bellezza che «schiude il cuore umano alla nostalgia, al desiderio profondo di conoscere, di amare, di andare verso l’Altro, verso l’Oltre da sé». Ratzinger annota che la bellezza vera colpisca, scuota, «ferisca», che strappa l’uomo dall’accomodamento del quotidiano, «lo fa anche soffrire, come un dardo che lo ferisce, ma proprio in questo modo lo “risveglia” aprendogli nuovamente gli occhi del cuore e della mente, mettendogli le ali, sospingendolo verso l’alto». Non estetismo, non fuga dal razionale, sottolinea. Cosa le colpisce di più di quel discorso, cosa aggiunge rispetto ai precedenti predecessori al dialogo con il mondo dell‘arte nelle sue varie forme?  

Penso sia importante, per comprendere bene il magistero di papa Benedetto XVI, ricordare qualche aspetto della storia del magistero in relazione alle arti.

Pio XII nella Mediator Dei del 20 novembre 1947 aveva dato i risultati delle commissioni che la Chiesa aveva aperto sull’analisi dei vari movimenti artistici contemporanei ed era giunto alla conclusione che «Non si devono disprezzare e ripudiare genericamente e per partito preso le forme ed immagini recenti, più adatte ai nuovi materiali con quali esse vengono oggi confezionate: ma evitando con saggio equilibrio l’eccessivo realismo da una parte e l’esagerato simbolismo dall’altra, e tenendo conto delle esigenze della comunità cristiana, piuttosto che del giudizio e del gusto personale degli artisti, è assolutamente necessario dar libero campo anche all’arte moderna». Giovanni XXIII aveva poi chiamato a lavorare in San Pietro artisti di grande maestria tecnica, anche legati ad una visione materialistica. Paolo VI aveva direttamente fatto un appello, chiedendo agli artisti se non avessero realmente ancora bisogno della Chiesa, dichiarando la necessità dell’arte per la Chiesa. Nel suo messaggio dell’8 dicembre 1965, a chiusura del Concilio Vaticano II, aveva chiesto agli artisti di non chiudere il loro spirito allo Spirito Santo, e di ricordarsi di essere «i custodi della bellezza nel mondo: questo basti ad affrancarvi dai gusti effimeri e senza veri valori, a liberarvi dalla ricerca di espressioni stravaganti o malsane ». Giovanni Paolo II ha riaffermato l’appello e ha sottolineato la necessità di mantenere nel mondo delle arti il linguaggio narrativo parabolico usato da Gesù nelle sue predicazioni.

Benedetto XVI ci ha mostrato in cosa consista la bellezza: non un mero dato estetizzante, ma la manifestazione della santità di Dio, come direbbe sant’Agostino, e della Gloria, come affermato da von Balthasar.

La bellezza che ferisce come un dardo nel cuore è una immagine mutuata dall’esperienza mistica di santa Teresa di Gesù e magistralmente rappresentata dal gruppo statuario di Bernini nella Cappella Cornaro di Santa Maria della Vittoria, a Roma. La bellezza, come afferma Benedetto XVI, è realmente un dardo che ferisce, che dischiude il cuore verso un altrove, chiama ad oltrepassare il tempo e lo spazio per approdare nella dimensione trascendente. La bellezza non può essere concepita come arbitraria, soggettivistica, incompleta o incompiuta. La bellezza artistica deve lasciarsi ispirare dalla bellezza del creato e dalla Bellezza divina.

Durante il pontificato di Benedetto XVI, fui chiamato a partecipare, in qualità di esperto, alla XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, nel settembre 2012; in quella occasione, mi impressionò molto l’intervento di uno dei padri sinodali di rito orientale, che ribadì, proprio alla presenza di Benedetto XVI, che la Bellezza è attributo di Dio, rimproverando la cultura occidentale di confondere spesso la bellezza con la ricchezza. Proprio il richiamo alla dimensione autentica della bellezza, divina, trascendente, mai posseduta completamente dall’uomo, sempre ferente e annunciante, è quanto ci ha insegnato a distinguere Benedetto XVI.

5) Un altro contributo fortemente improntato sull'arte, è dato dall’allora Cardinale Ratinger al Meeting di Rimini del 2002 dove già parla dell'arte come della «bellezza che ferisce». Quale attualità riconosce oggi a quelle riflessioni, soprattutto in riferimento agli artisti che operano all’interno della tradizione cristiana?

La metafora efficacissima della ferita racconta la brutalità della violenza della crocifissione, lo sconvolgimento del corpo morto esanime di Gesù racchiuso in uno spazio angusto, come aveva spesso evocato anche Giovanni Paolo II. Ma questa metafora veicola anche la dimensione di una bellezza che sia talmente sovrabbondante da incutere un senso di spaesamento. L’arte ha il compito di mostrare il bello, anzi ha il dovere di parlare questo linguaggio, mutuando dal creato i segni efficaci che ne restituiscano la dimensione divina, ad esempio la proporzione, la simmetria, l’ordine, la luminosità, ovvero l’epifenomeno della Gloria di Dio, che è impressa nella materia creata, trasformata e illuminata dalla Grazia che la trascende.

Alcuni hanno interpretato in maniera riduttiva questa metafora, appunto riducendola letteralmente a una feritoia, ad uno strappo o ad un taglio impresso su una tela, ma la metafora usata da Benedetto XVI non si riduce ad un gesto, ad una performance, piuttosto ne supera la riduzione a metafora della metafora, a puro segno metalinguistico, indicando una riflessione che è propria dell’arte cristiana, ovvero di lavorare contemporaneamente su tutte le dimensioni, senza l’esclusione di alcuna, intrecciando forma, significato, narrazione, bellezza e spiritualità. Il mondo contemporaneo, o meglio una parte del mondo contemporaneo, sceglie solitamente solo un aspetto, isolandolo dagli altri e affrontandone una descrizione tassonomica e esclusiva al contempo, che poi, alla fine, diviene poco efficace per raccontare quel di più che c’è nella prospettiva cristiana della bellezza che è capace di ferire, e che è talmente “tanto di più” -come possiamo vedere in una cupola di Guarini o di Borromini, nei mosaici di Monreale o negli affreschi della Sistina-,  che ci sovrasta e ci pone in una condizione di minorità dinamica, dalla quale si risale verso quello splendore attrattivo, seppur doloroso perché sovrabbondante. La luce, se guardata direttamente, offende gli occhi e fa male alle cornee. Così il dolore, la ferita che crea la bellezza, è l’apertura che muove dalla meraviglia, che attira profondamente l’animo dell’uomo inquieto verso la fonte della luce, è il sintomo dell’efficacia rigenerante della bellezza. La vera via pulchritudinis si muove su questa dimensione.

 

6) Come riflette in sintesi il rapporto tra i papi e l'arte nell‘epoca contemporanea? In che misura tale relazione si è trasformata nel tempo e quale ruolo ritiene che essa debba assumere oggi?

Questa domanda è centrale e richiede una risposta molto complessa.

Questa relazione tra l’arte contemporanea e la Chiesa viene di fatto narrata in due modi paralleli che viaggiano contemporaneamente e che hanno esiti diversi in diverse concezioni storiografiche dell’arte. La prima concezione, partendo dal presupposto storiografico che l’arte abbia vissuto una cesura irrimediabile con il passato, è convinta che l’arte per la Chiesa debba essere mutuata da ogni esperienza artistica classificata, spesso impropriamente ed in maniera escludente, “contemporanea”, di fatto sovente utilizzando linguaggi contraddittori con il significato che dovrebbero veicolare e soprattutto poco o nulla compresi dai fedeli. L’altra concezione, avendo invece una visione continuista della storia dell’arte, non cerca cesure ma raccoglie processi e trova nella continuità della pittura figurativa, nelle sue innumerevoli variazioni, un linguaggio che di fatto oggi è ancora più in voga, e che ancora è capace di essere strumento efficace.

Per quanto riguarda i pontefici degli ultimi due secoli, tutti hanno ribadito i principi fondamentali imprescindibili dell’arte e dell’arte sacra in particolare. A partire dal Decreto conciliare Inter Mirifica, del 4 dicembre 1963, dove al numero 6 si afferma la necessità di superare l’arbitrarietà dell’autoreferenzialità dell’arte, ovvero l’arte per l’arte, e di utilizzare invece corrette teorie estetiche fondate su corrette teorie filosofiche morali, principio che viene esplicitamente ricordato da papa Francesco nel 2013 nella Evangeli Gaudium, precisamente alla nota 130 del numero 167.

C’è sicuramente oggi molto interesse da parte del mondo delle arti contemporanee nei confronti del Cristianesimo, tuttavia ancora è da comprendere quanto ha affermato il Concilio Vaticano II. Mi piace ricordare quanto ha detto Benedetto XVI nell’ultimo memorabile incontro con i sacerdoti della Diocesi di Roma, il 14 febbraio 2013, ovvero che dopo cinquanta anni si era concluso il Concilio dei media e doveva iniziare il vero studio dei documenti conciliari. Una indicazione profetica che ritengo utile anche per comprendere quanto ancora si debba fare nel mondo delle arti, a partire dalla corretta comprensione di quanto realmente scritto ad esempio negli articoli 122-130 della Costituzione Sacrosanctum Concilium del 4 dicembre 1963.

Un punto a me particolarmente caro è il 123 che recita: «La Chiesa non ha mai avuto come proprio un particolare stile artistico, ma, secondo l'indole e le condizioni dei popoli e le esigenze dei vari riti, ha ammesso le forme artistiche di ogni epoca, creando così, nel corso dei secoli, un tesoro artistico da conservarsi con ogni cura».

Solitamente questo articolo viene interpretato frettolosamente, come se affermasse che l’arte cristiana non esiste. In realtà, occorre comprendere il linguaggio tecnico e storiografico molto preciso utilizzato nel testo. Si intende invece affermare che all’interno dell’arte sacra cristiana, con i propri principi, le proprie regole e il proprio fine ultimo, esistono tanti stili, tutti buoni, tutti egualmente validi e rispettosi dei principi suddetti; questi stili sono l’espressione culturale di vari popoli e di varie epoche storiche, e, come nel corso dei secoli l’arte sacra cristiana si è sviluppata in vari stili interni, così anche oggi è non solo possibile, ma necessario, in piena continuità con quei principi e quei fini, ammettere i nuovi stili che all’interno dei popoli cristiani si saranno sviluppati, se propriamente in linea con tutto quanto viene affermato nei punti successivi, ovvero in coerenza con l’essenza del Cristianesimo e della sua liturgia.

 

7) Il suo ritratto di papa Leone XIV è stato scelto come disegno preparatorio del mosaico nella galleria dei papi presso la Basilica di San Paolo Fuori le Mura. Cosa significa per lei questo riconoscimento, tanto sul piano professionale quanto su quello umano?

Quando sono stato selezionato tra vari altri artisti, mi sono stati richiesti quattro bozzetti da sottoporre al Santo Padre affinché potesse scegliere l’angolazione del ritratto e i paramenti. Lo Studio del Mosaico Vaticano, nella persona del direttore Paolo Di Buono, mi ha comunicato quale bozzetto il Papa avesse scelto, e a partire da quello ho realizzato il ritratto ad olio, su tela di lino preparata a mano, in scala 1/1, ovvero una tela tonda di 147 cm di diametro. Dal mio dipinto, che ho consegnato allo Studio del Mosaico, è stato tratto il mosaico che poi è stato posto nella cronotassi dei papi nella Basilica di San Paolo fuori le Mura. Il dipinto originale invece è conservato nella sala dei ritratti papali nella Basilica di San Pietro.

Ovviamente, questa commissione mi ha profondamente toccato per molti motivi e svariate questioni personali. È giunta in un momento particolare del mio percorso artistico, in un momento di maturità e quindi con la grande consapevolezza di dialogare direttamente con gli altri grandi artisti che nel corso degli ultimi secoli hanno realizzato tutti i dipinti dai quali sono stati tratti i mosaici. L’altra e più profonda emozione è quella di servire la Chiesa in un incarico così prestigioso che mi ha fatto tremare le mani, consapevole della responsabilità dell’incarico ricevuto. E poi è stato di grande significato e di grande emozione per me, poter incontrare papa Leone XIV personalmente e per un fine così particolare come il suo ritratto ufficiale che lo ritrarrà per sempre nella Basilica di San Paolo fuori le Mura.


8) ⁠Benedetto XVI ha proposto con particolare forza la via pulchritudinis come via privilegiata verso la verità e l’incontro con Dio, affermando che la bellezza autentica ha il potere di destare l’uomo e di aprirlo alla trascendenza.
A suo avviso, l’arte sacra contemporanea è ancora in grado di svolgere questa funzione? Quali sfide incontra oggi l’artista nel dialogo tra fede, cultura e sensibilità contemporanea?

L’arte sacra cristiana ha da sempre i suoi principi, ha generato regole e finalità ben precise, riproposte nei vari Concili nel corso dei millenni, in costituzioni, decreti e  anche molte encicliche. L’arte sacra è più viva che mai, basta vedere gli artisti che la interpretano egregiamente. Gaudì, geniale architetto, ha raccolto tutta la tradizione medioevale delle cattedrali e l’ha trasportata in uno stile di inizio XX secolo. Ma non è l’unico, c’è da considerare che le cattedrali costruite tra XIX e XX secolo in Europa, sono oltre 200. Questo mostra la vivacità dell’architettura sacra. In campo pittorico ci sono tantissimi grandi artisti, che tra XIX e XX secolo hanno realizzato capolavori pittorici indimenticabili, come il Grande Crocifisso di Dalì esposto durante il Giubileo del 2025 nella chiesa di San Marcello al Corso riscuotendo un successo di pubblico immenso. Tra i giovani artisti di oggi, nomino volentieri Raul Berzosa, che avete già intervistato: lo conosco da molto tempo e alcuni anni fa l’ho proposto con successo come membro ad honorem della Pontificia Insigne Accademia di Belle Arti e Lettere dei Virtuosi al Pantheon, come anche ho proposto l’artista ungherese Ádám Kisléghi Nagy. Io sono entrato nell’Accademia Pontificia dei Virtuosi, ovvero degli artisti, da giovane, come membro Ordinario nella Classe dei Pittori, durante il pontificato di Giovanni Paolo II, nell’anno 2000, quando avevo trentasei anni.

Gli artisti ci sono, e occorre anche sottolineare che la forma di arte figurativa è  riemersa come la più popolare tra quelle contemporanee. Basti sfogliare le numerose pagine dei social dedicate alle arti, per constatare come i giovani amino le varie forme di figurativo, oppure verificare quali mostre di pittura ricevano il maggior numero di visitatori. Entro questa grande corrente di arte figurativa, sicuramente emergono le forze migliori che possono servire la Chiesa, con Fede sincera, in quella feconda alleanza che ha percorso la storia nei secoli e che certamente non è finita.

9) ⁠La storia dell’arte cristiana testimonia un continuo confronto tra fedeltà alla tradizione e rinnovamento espressivo. Nel realizzare l’immagine di un Pontefice, si riconosce consapevolmente inserito nella grande tradizione iconografica della Chiesa — dal mosaico medievale fino alla ritrattistica moderna — oppure ricerca un linguaggio visivo nuovo, capace di parlare all’uomo contemporaneo senza recidere il legame con tale eredità?

"Nihil innovetur, nisi quod traditum est. Questa frase di papa Stefano I, del III secolo, può essere una risposta efficace, seppure nata in un altro contesto.

Il divenire della tradizione non può essere immobilizzato nel culto di un’epoca né deve essere violentemente interrotto, rivoltato, distrutto. Invece il senso della continuità dà il significato giusto alla innovazione. Una vera innovazione riposa su quanto è stato tramandato. Del resto, il passaggio di testimone da una generazione all’altra costruisce sempre un movimento di riforma perenne e di continuità tra le generazioni. Il futuro si costruisce così, con piccoli scarti oculati nel cammino verso l'edificazione della “città dove Dio e l’uomo abitano insieme”, come scrive papa Leone XIV nella sua prima enciclica Magnifica Humanitas, dove imposta fin dalle prime righe i termini di una alternativa: «La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme. Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo: di far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile. si genera una vera e propria Torre di Babele, che è l’esatto contrario della Gerusalemme, città della pace». Ogni generazione deve scegliere “tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme”.

Il tema della Torre di Babele mi tocca in particolar modo. Da più di trenta anni rifletto su questo soggetto biblico, a cui ho dedicato tantissimi dipinti, disegni, acquerelli, schizzi ... convinto che descriva il nostro mondo contemporaneo.

L’alternativa non si pone tra tradizione e rinnovamento espressivo ma tra caos e edificazione, e per edificare occorre innovare nella tradizione. E quindi, nel mondo delle arti è necessario, oltre che doveroso, lavorare alla edificazione di uno stile che guardi avanti mantenendo il legame con i principi imprescindibili dell’arte sacra cristiana, che si tramandano nel corso dei secoli.

Credo che i principi dell’arte cristiana, presenti in ogni stile cristiano di ogni tempo e luogo, siano riassumibili in quattro termini: figurativo, narrativo, universale, bello. Ho provato a argomentare e spiegare tutto questo in un libro uscito nel 2012, Discorsi sull’arte sacra, pubblicato dalla casa editrice Cantagalli di Siena.

 

10) ⁠Molte delle sue opere sono destinate a contesti liturgici e devozionali, nei quali l’arte è chiamata non solo alla contemplazione estetica, ma anche a divenire spazio di preghiera. Quali elementi ritiene essenziali affinché un’opera d’arte sacra possa realmente configurarsi come luogo di incontro tra l’uomo e il mistero di Dio?

Se ripercorriamo tutta la storia dell’arte cristiana, ci accorgiamo, come ho già accennato in una risposta precedente, della sua peculiarità di sapere intrecciare tutte le dimensioni fondative e le finalità in un unico oggetto che potremmo definire totale. Mi spiego meglio. È noto che la fonte dell’agire artistico in ambito cristiano stia nelle riflessioni operate dai Padri della Chiesa sulle parole evangeliche e su quelle bibliche, tradotte dalla sensibilità dell’artista. Invece nel nostro mondo contemporaneo si tende a pensare che l’artista, con le sue opinioni, crei le fonti. E spesso ci si priva di un nutrimento fondamentale che è cresciuto nel corso dei secoli, riflessione dopo riflessione, ovvero un mondo di metafore, allegorie, simboli che ha costituito il complesso vocabolario linguistico dell’arte cristiana, utilizzato da tutte le discipline, pittura, scultura, architettura, musica, miniatura, vetraistica, abbigliamento, letteratura... Questo vocabolario, mai chiuso e concluso, sintetizza il cammino della iconografia cristiana dal II secolo, fino ad oggi. Sulla base di questo linguaggio capace di comunicare attraverso segni belli significanti il Credo, si è ad esempio costruita la cattedrale di Reims, il Duomo di Milano, la basilica della Sagrada Familia a Barcellona...

L’opera d’arte cristiana rappresenta plasticamente la fede e la dimensione spirituale, e affronta in modo speciale, come ci insegna san Giovanni Damasceno, la dimensione catechetica. Infatti, da sempre i catecumeni e anche i non cristiani venivano edotti attraverso l’efficacia delle sante immagini, che questo padre della chiesa orientale, definisce “testimoni efficaci”.

L’arte ha il compito di educare alle verità di Fede, di svolgere la dimensione catechetica, realizzare la Lex credendi.

L’arte cristiana ha anche il compito di formare il fedele ad una dimensione spirituale, cioè deve essere in grado di catturare l’attenzione, attraverso lo stupore, conducendo a una dimensione intima di meditazione sulla parola, sulle verità di Fede, sviluppando la preghiera personale, e anche liturgica. Dunque, l’arte sviluppa anche la Lex orandi, la forma spirituale di orazione del fedele e della comunità. Inoltre l’arte forma anche moralmente il fedele, svolge la dimensione parenetica,  attraverso allegorie, simboli, rappresentazioni della virtù e dei vizi, come per esempio affermava il cardinal Gabriele Paleotti alla fine del Cinquecento, raccomandando non solo le personificazioni, ma anche l’antonomasia, ovvero insegnare non solo attraverso le allegorie di virtù in forma di persona,  ma anche attraverso la rappresentazione dei campioni di virtù che possano raccontare attraverso la propria vicenda storica un racconto esemplare di virtù morale, come nei racconti biblici della bella Susanna o di Giobbe, oppure vite di santi riconoscibili al punto tale da risultare evidenti rappresentanti di una virtù, appunto per antonomasia. E questa di fatto, è la Lex vivendi. Pensiamo anche a figure di santi contemporanei, che sono per le varie comunità esempi per antonomasia di onestà, giustizia, carità. Infine, c’è anche la Lex ornandi, che è quella che si vede e si gode, ovvero la dimensione decorativa, spesso fatta di festoni di fiori, di prati e giardini raccontati in mille modi e sotto mille forme. Le chiese, cattedrali, pievi, catacombe, basiliche e cappelle in tutto il mondo sono piene di colori e di decorazioni. Oggi la Lex ornandi è diventata sovente incomprensibile agli occhi degli europei, influenzati dalla lezione minimalista di Adolf Loos, che nel 1913 pubblicò Ornament und verbrechen, presentando la decorazione come un crimine inutile. Se si interpreta la decorazione come fine a se stessa certamente può essere concepita come inutile, ma se la inseriamo nel contesto globale e multidimensionale dell’arte cristiana, allora ne possiamo comprendere il sapore e il significato.

Per esempio, il rimando al giardino ricco e fiorito, che troviamo nelle chiese nel corso dei secoli in tutte le comunità cristiane nel mondo, allude alla dimensione paradisiaca dei luoghi sacri, con evidenti richiami biblici, e rimanda anche alla dimensione spirituale del fedele. Il giardino è un modello dell’anima.

L’edificazione morale, spirituale, liturgica e catechetica, propria dell’arte cristiana, ha come scopo di coltivare un luogo interiore in grado di far nascere Gesù nei nostri cuori. La Lex ornandi, se ben compresa, diviene imprescindibile ed inaggirabile per collocare il fedele, pietra viva della Chiesa Universale, in una dimensione spazio-temporale e spirituale insieme, di dialogo con il Signore e il suo popolo.

L’arte sacra cristiana intreccia molte dimensioni insieme, e nell’intreccio virtuoso offre, di rimando, mille prospettive attraenti per giungere attraverso la meraviglia a risvegliare quel senso del bello, che è in grado di condurre, se seguito con efficacia, alla contemplazione dell’azione salvifica della Grazia in ognuno dei nostri cuori

a cura di Lea Amodio e Lida Batig  

Santa Ildegarda di Bingen

http://www.rodolfopapa.it/

Credits: Le immagini in dettaglio delle opere sono state fornite dall'artista. 

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