Giornalista per ANSA presso la Sala Stampa vaticana dal 1994, seguendo Papa Benedetto, dal primo all’ultimo giorno del pontificato, ha dato per prima al mondo la notizia della sua rinuncia. Dal 2017 è freelance seguendo ancora i papi, la Chiesa, le religioni e la politica internazionale della Santa Sede. Fa parte del Comitato Giornalismo e Tradizioni religiose istituito presso l’Università della Santa Croce. È autrice di "I coccodrilli di Ratzinger" (All Around, 2022) e "Joseph Ratzinger. Fotogrammi di umanità" (Ancora, 2024).
Cosa l’ha spinta a raccogliere queste testimonianze, questi "frammenti di umanità"? Cosa si aspettava di trovare e quali sono gli aneddoti che l’hanno sorpresa di più? Magari aveva già un'idea positiva dell’autore, di Ratzinger stesso, ma forse è rimasta sorpresa anche ulteriormente da altre sfumature.
Ci sono due motivi: uno di carattere più oggettivo, legato al lavoro che faccio, e l’altro forse di carattere più personale, legato a ciò che si prova nelle varie fasi della vita.
Ho seguito il pontificato di Ratzinger giorno per giorno come giornalista di agencia (ANSA, ndr). Questo significa seguire tutto ciò che fa e che dice, dove va, i documenti e i discorsi, in modo quasi ossessivo; così si seguiva in agenzia quando l'ho fatto io. Ho avuto il grande privilegio di farlo dal primo all'ultimo giorno, quindi c'era questo interesse professionale. Ma in realtà, lavorativamente, Ratzinger lo conoscevo da prima: lui stava a Roma da 23 anni quando è stato eletto Papa.
Sono arrivata in Vaticano nel 1994. Ero giovane, una cronista magari ignorante ma molto, molto curiosa, e ho incontrato subito questo personaggio. C'è un episodio significativo, una storia di quando lui era ancora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Teneva una dotta conferenza nell'Aula Vecchia del Sinodo e, alla fine, noi giovani giornalisti — un manipolo di giovanissimi mandati allo sbaraglio dietro al grande teologo — ci siamo avvicinati per chiedere dei chiarimenti.
C'era il suo segretario di allora, Monsignor Clemens, che cercava di tenerci a bada. Invece Ratzinger si fermò. Mi ricordo proprio i suoi passi (camminava sempre con dei passetti piccoli e veloci): si è fermato sulle scalette dell'Aula Nuova, ci ha fatto avvicinare, ha chiesto cosa volevamo e ci ha spiegato. Ci ha fatto una lezione lì, in piedi. Ho avuto subito questa immagine nitida — sarà stato il ’95 o ’96 — di un uomo a cui piace spiegare, insegnare. Una cosa che ho apprezzato molto, perché a me piaceva imparare e ascoltare i maestri.
Questa immagine contrastava con quella pubblica. Quando sono arrivata in Vaticano, il Ratzinger disegnato dai media (italiani, tedeschi e di tutto il mondo) era il "freddo", l’algido custode della fede, il Panzerkardinal. Invece, il professore che si ferma per le scale non corrispondeva a quella descrizione. Nel corso degli anni l'ho seguito in altre occasioni, sempre lavorative — non sono mai stata della cerchia degli amici, questo lo devo precisare — ma mi ero fatta un'idea dell'uomo. Non del teologo, non del Papa, ma dell'uomo.
A un certo punto è nata l'esigenza professionale di raccontare questo lato meno conosciuto. Questa esigenza è nata in un momento mio personale: dopo tutte le esperienze, dopo aver osservato vari Papi, mi sono resa conto che non mi interessava più l'aspetto tecnico, ma quello umano. Il nostro mestiere si è velocizzato, tecnicizzato, siamo in balia dell'intelligenza artificiale, e la persona — i suoi sentimenti, le reazioni, il modo di fare comunità — sembra non avere più spazio. Io invece perseguo questa ricerca dell'umano nella notizia.
C’è una citazione nel libro, tratta dalla conversazione con Peter Seewald, in cui Ratzinger dice: "Bisogna scendere dalla torre d'avorio... interrogami senza supponenza, a partire dalle domande della vita". E in un'altra occasione dice di apprezzare le interviste perché "la fede si sente trasmessa così, con la voce, con l'incontro, con il dialogo". Ti chiedo se è emerso anche un Ratzinger "cronista". Lui aveva un metodo accademico, ma c'è anche un aspetto da cronista nel suo lavoro?
Sicuramente sì. Da "cronista", o meglio da narratore della realtà, aveva una capacità estremamente sintetica. Lo hanno raccontato in tanti: anche quando serviva una registrazione per la radio o la TV e gli davano un minuto, lui in un minuto esatto metteva un concetto dietro l'altro, sintetizzando tutto perfettamente senza nemmeno calcolare i tempi. Aveva una lucidità mentale impressionante, frutto di anni di studio.
Ricordo che raccontavano — forse Padre Lombardi o altri collaboratori — di queste riunioni in Congregazione in cui lui era in grado di seguire un dialogo accademico approfondito e poi, alla fine, tirare le somme e fare la sintesi perfetta del discorso. In questo senso era un "cronista di alto livello", aiutato dalla sua impostazione di studioso.
Ascoltava tutte le opinioni e le riflessioni, facendo parlare per primo il più giovane o l'ultimo arrivato, affinché non si sentisse condizionato o in difficoltà nel dover contraddire chi aveva parlato prima. Solo alla fine interveniva lui. Questo denota una grande attenzione all'ascolto.
C’è poi quell’episodio bellissimo, che la dice lunga dal punto di vista umano, di quella volta in cui Ratzinger non partecipò alla riunione della Congregazione perché si discuteva del suo amico gesuita, Padre Juan Alfaro. Alfaro insegnava alla Gregoriana ed era diventato un sostenitore della Teologia della Liberazione, cosa incomprensibile per Ratzinger. Tuttavia, Ratzinger disse: "Non volevo perdere la mia amicizia con lui, perciò questa è stata l'unica volta in tutto il tempo in cui sono stato membro della commissione che ho saltato la sessione plenaria". Questo mi sembra un segnale potente del tipo di persona che era.
Dunque, quali tratti emergono della sua personalità? Era una personalità mite ma anche forte? Come si poneva con i suoi interlocutori?
Secondo me il peso degli anni dell'infanzia e la famiglia in cui è vissuto lo hanno indirizzato molto. Era una persona mite, un animo gentile per natura, forse anche un po' timido, ma assolutamente coscienzioso nella ricerca intellettuale e spirituale. Da questa coscienziosità nasceva una sicurezza: la sicurezza in ciò che si crede permette di essere intellettualmente e spiritualmente molto forti.
C’è un'espressione bellissima: "Abitare in Dio". Chi vive questa condizione ha un atteggiamento di serenità, di mitezza e tranquillità anche davanti a situazioni rocambolesche. Da fuori poteva sembrare distanza, ma in realtà era tutt'altro che freddezza; era una saldezza di fede. Questo "abitare in Dio" si è visto molto negli ultimi anni, da Papa Emerito. Chi gli stava vicino racconta il modo in cui si preparava alla fine, con una totale assenza di dubbi di fede. Disse anche: "Io non sono stato uno di quei santi che hanno vissuto le grandi notti oscure".
Cosa ci dice la differenziazione tra i vari interlocutori che hai sentito? C’è un quadro unitario?
Sì, c'è un atteggiamento che rimane costante. È rimasto sempre la stessa persona: da bambino, da studente, da teologo, da Prefetto, da Papa e da Emerito. Era fedele a se stesso. Alcune caratteristiche sono evidenti in tutti i racconti: il rapporto con gli studenti e i giovani, e la volontà di difendere sempre il più debole. Forse questo nasce dalla sua esperienza accademica, quando il professor Michael Schmaus gli bocciò la tesi di abilitazione e lui rischiò di dover lasciare l'accademia, una situazione complicatissima per la sua famiglia. Quell’esperienza gli ha lasciato la volontà di proteggere chi è in difficoltà.
Spesso la stampa lo descriveva come debole, incapace di prendere decisioni o travolto dai collaboratori. Invece, negli snodi cruciali — come lo scandalo degli abusi sessuali — ha mostrato una limpidezza e una capacità analitica, ma anche "simpatetica" (di compassione) verso le vittime, che non si possono trascurare.
Era anche molto ironico. C'è un racconto simpatico: Ratzinger non guidava. Un giorno, un amico che lo accompagnava qualche volta con la macchina si fece male alla gamba giocando a calcio. Ratzinger gli disse: "Ma alla tua età giochi ancora a pallone?". C'era una familiarità molto tranquilla.
Emerge da lui questa capacità di godere delle piccole cose, tipica di chi ha passato la guerra. Ad esempio, la moglie dell'editore tedesco racconta che ogni volta che veniva dalla Germania gli portava gli asparagi. Lui dava valore alle cose semplici dell'esistenza.
Che tipo di ‘santità’ potrebbe essere quella di Papa Benedetto XVI?
"Abitare in Dio". Sicuramente. È stato un santo molto "normale". Io non ho dubbi che sia stato un santo — non voglio aprire cause canoniche perché è un tema spinoso — ma se la vox populi ha valore, per me sì, lo è. Si è fatto carico di situazioni molto pesanti della Chiesa, ha parlato con il Signore tutta la vita e ha cercato di vivere alla luce del discernimento. Non è forse il "santo della porta accanto" nel senso popolare, perché è un gigante intellettuale, ma la sostanza è quella.
C'è un aneddoto particolare che vorresti aggiungere?
Sì, una cosa emersa durante la scrittura del libro che non mi aspettavo. Me l'ha raccontata Monsignor Alfred Xuereb. Mi ha detto di leggere il suo diario. Mi ha colpito molto la descrizione dell'amicizia con Giovanni Paolo II. È un rapporto fondamentale per capire Ratzinger. Ho trovato conferme della sua umanità e sincerità. Mi ha colpito che nessuno degli intervistati volesse "vantarsi" di essere suo amico. Nessuno diceva: "Sì, eravamo intimi". C'era un grande pudore e rispetto, il che conferma che non si circondava di opportunisti. Questa indagine sull'amicizia mi ha toccato personalmente. Oggi vedo una scomparsa dell'amicizia nel nostro mondo, sostituita da "amici opportunisti" che compaiono e scompaiono. Ratzinger invece, pur essendo un uomo di potere (nel senso ecclesiastico del termine), ha coltivato rapporti veri, basati sulla dignità della persona, non sul ruolo. Non ha mai voluto occupare "posti", voleva fare l'intellettuale, ma ha accettato ciò che gli veniva chiesto, con uno spirito decisamente agostiniano.
a cura di Lea Amodio
Immagine in copertina: https://www.premiogiornalisticogiglio.it/
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